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Cosa fare per arrestare lo tsunami-coronavirus (senza farsi prendere dal panico)

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Ricordate i video dello tsunami del 2004 girati dai bagnanti in Thailandia? Riprendono scene serene di vita da spiaggia. Un signore legge il giornale; una mamma insegue i bambini; dei ragazzi avanzano nel mare che si è stranamente ritirato; qualcuno commenta stupito le grandi onde spumeggianti che si intravedono al largo. Solo chi sta in alto sul promontorio intuisce il dramma imminente. Finché l’Onda arriva. Il coronavirus mi ricorda quelle immagini.

Le ultime notizie non sono buone. Già il contagio di 620 passeggeri sulla Diamond Princess aveva minato l’idea di un virus poco aggressivo e confinabile in Cina. Come dice Nicasio Mancini, virologo: «Non dobbiamo scherzare con questo virus. La sua “minore gravità” rispetto, per esempio, alla Sars è un’arma a doppio taglio: meno rischio di morte per il singolo, ma, allo stesso tempo, maggior rischio di trasmissione”. Ieri poi sono arrivate tutte insieme le notizie dalla Corea (casi accertati o sospetti: oltre 600), dal Giappone (87) dall’Iran (il virus è in “diverse città”), dall’Italia. È la prima onda. L’OMS è sul punto di dichiarare la “pandemia globale”.

Uno tsunami comporta alcune conseguenze inevitabili, e altre che possono essere prevenute. A Codogno il “paziente 1” si era presentato all’ospedale parecchi giorni fa: gli diagnosticarono una semplice influenza. Così lui è tornato a casa, ha infettato tanta gente (compresi medici e infermieri dell’ospedale), e ora in tanti rischiano la vita. Cos’ha sbagliato l’ospedale? (a) Non ha fatto i test del coronavirus; (b) non ha previsto particolari protezioni per i suoi operatori sanitari. Ciò, nonostante già sapessimo del virus, e che in Cina medici e infermieri sono morti a decine. Perché queste omissioni? L’onda sembrava lontana. Condanniamo chi ha sbagliato? Per carità. L’ultima cosa da fare è fare polemiche adesso. Ci sarà tempo dopo (per chi ci sarà). Interroghiamoci piuttosto sull’origine degli errori, per correggerli in fretta.

La latente pressione politica contro l’“allarmismo” ha contribuito alla sottovalutazione del rischio in quel di Codogno? Credo di sì. Anche il mio post precedente: diceva tutto, ma in modo leggermente implicito. Ad esempio, non ho scritto: “Vendete le vostre azioni subito, prima che i ribassi comincino!” (come avrei voluto), ma: “A mio avviso le borse stanno sottovalutando il problema…”. Dopodiché io, ho venduto; i miei lettori, non so… . Tutto l’articolo aveva una prudenza autoimposta.

E ora che facciamo? Man mano che l’epidemia si diffonderà, la gente correrà ai monti, a comprare mascherine, biciclette per evitare gli autobus. I giornali si riempiranno di consigli. I medici e i paramedici lavoreranno e rischieranno sempre più, in un sistema sanitario nazionale – già fiore all’occhiello del nostro welfare, che ha subito 37 miliardi di tagli negli ultimi 10 anni – stressato al limite della rottura. Fin qui il fai-da-te.

Ma oltre all’italica arte di arrangiarsi, sarebbe utile un coordinamento (politico) forte. Il Governo, cioè il Ministro della Salute – cognomen omen – si è finora mosso bene. Ha istituito una Commissione di esperti che lo supporta, messo in rete le Regioni, chiuso i voli dalla Cina, concentrato le risorse sui controlli della temperatura dei passeggeri in arrivo (non è inutile) e sulla individuazione rapida dei contatti avuti dalle persone contagiate. Per guadagnare tempo prezioso (aspettando il vaccino). Ma ora dobbiamo prepararci ad affrontare un impatto su larga scala. Se poi non verrà, meglio.

Facciamo un’ipotesi pessimista, 50.000 ricoveri per il coronavirus in Italia: non impossibile. Per affrontare questo scenario, bisognerebbe stanziare subito risorse finanziarie, e programmare, a titolo di esempio: 7000 nuovi ventilatori, milioni di cannule e maschere per l’ossigenoterapia; integrazioni temporanee di personale paramedico supplente (a fronte del probabile aumento dei carichi di lavoro e delle assenze per malattia); protezioni integrali per il personale ospedaliero; posti letto supplementari (in Cina hanno usato di tutto: scuole, palestre); coinvolgimento ordinato dei volontari (anche solo per preparare il tè caldo del mattino nelle palestre, per dire; o per visitare in modo programmato i confinati a casa; ecc.); formazione e training per medici, paramedici, riserve, volontari; distribuzione (anche a pagamento) alla popolazione di mascherine efficaci; campagne di informazione; diffusione di profilassi antivirali, di kit per i test nelle farmacie; chiusura dei luoghi pubblici; indicazioni per chi vuole viaggiare; autodenuncia (moduli) on line dei contatti avuti dai nuovi malati nei giorni di incubazione.

Questi investimenti/iniziative possono essere programmati, e realizzati gradualmente, in funzione del reale sviluppo epidemiologico. Ma non basta dire: “C’è un piano”; la gente ha diritto di conoscerlo nei dettagli, di essere coinvolta. Né può essere tutto demandato alle Regioni: che hanno strutture e finanze diverse, che devono scambiarsi le best practices senza dover ogni volta reinventare l’acqua calda, ecc. Il panico poi è pericolosissimo: paralizza il coordinamento, e moltiplica i danni collaterali economici, politici, sociali. Per prevenirlo, la prudenza comunicativa dei governi non deve impedire un’informazione franca. Inoltre il Governo deve prepararsi a bilanciare le esigenze della prevenzione (quarantena, isolamento, raccolta di informazioni, test medici (vaccini) obbligatori, limiti agli spostamenti, respingimento degli immigrati clandestini, ecc.) con quelle della democrazia e dei diritti individuali.

L’economia in particolare corre rischi elevati, se prevarranno gli scenari epidemiologici più gravi, e se prevarrà il panico. In caso di pandemia, saremmo di fronte a una scelta: più vite vorremo salvare, maggiore sarà la paralisi che dovremo infliggere alle attività produttive. (Scelta difficile. Sciocco dire che di fronte al valore della vita l’economia non conta: la salute pubblica e la vita dipendono anche dall’economia. Ospedali, medici, medicine, la ricerca sui vaccini: bisogna pagarli). Per minimizzare questo trade-off, bisogna subito studiare e promuovere nuove forme di lavoro e studio.

Ai problemi produttivi, il panico strisciante aggiungerebbe un’impennata di risparmio (questo provoca il timore del futuro), un crollo delle vendite delle imprese, licenziamenti, e una nuova ondata depressiva. Come nel 2009 e nel 2012. Per l’Italia, già fiaccata dalle suddette crisi, sarebbe un colpo mortale. Ma, senza il doveroso supporto della banca centrale, è difficile evitarlo. È perciò cruciale che il Governo, al massimo livello, presenti in UE proposte fortemente innovative (tipo: distribuzione di contante a fondo perduto ai governi nazionali pro quota, da parte della BCE), studiate da economisti anche giovani ma di alto livello. La recessione è una delle onde dello tsunami; è già possibile vederla all’orizzonte. Non è vero che non ci sarà, come vi dicono oggi, e non è vero che “non poteva essere limitata”, come vi diranno domani. L’Europa questa volta non può nascondersi.

L'articolo Cosa fare per arrestare lo tsunami-coronavirus (senza farsi prendere dal panico) proviene da Il Fatto Quotidiano.

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