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Il dilemma della sinistra: o Keynes o l’euro

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Su La Repubblica del 6 ottobre Marco Ruffolo dimostra di aver colto il nodo profondo del dibattito politico-economico italiano. Il fatto è che dal Dopoguerra in poi non si è mai vista, in nessuna parte del mondo, una sinistra riformista che non fosse Keynesiana, pronta a contrastare le depressioni economiche e la disoccupazione con politiche fiscali espansive. E tuttavia nell’eurozona tali politiche sono eccezioni. Per tale motivo, esse diventano poco efficaci, pericolose, perché difficilmente riescono a innescare una svolta positiva delle aspettative: sui mercati reali (i consumi rispondono meno del solito), e sui mercati finanziari (dove le impennate dello spread destabilizzano il debito pubblico e le banche). L’assetto liberista dell’eurozona promuove inoltre – implicitamente, ma con meccanismi forzanti – la liberalizzazione del mercato (l’insicurezza) del lavoro.

Ma a La Repubblica e nel Pd sono internazionalisti ed europeisti, perché a loro giudizio la pace in Europa negli ultimi 78 anni non è stata preservata dalle armate americane, bensì dall’Unione Europea. Ritengono inoltre che la meritoria Ue (confederale) non basti. Vogliono gli Stati Uniti d’Europa (federali). Anche forzando l’antropologia (gli europei si sentono tedeschi, francesi, italiani perciò non solidarizzano fra loro). Anche forzando la democrazia (gli Stati Uniti d’Europa sono un progetto non votato dai popoli, non deliberato dai Parlamenti, di un’elite illuminata, che si pone alla guida del popolo bue!) con la strategia del “fatto compiuto”. Una moneta comune è ingrediente necessario degli Stati Uniti d’Europa; l’euro di Maastricht è l’unica in campo (nonostante a volte se ne discutano le virgole); e fornisce le leve per piegare le democrazie nazionali. Come rinunciarci? Quindi, Houston, abbiamo un problema. Come salvare capra e cavoli, i disoccupati e il laissez faire liberista, il Keynesismo e l’euro?

Diverse strade sono possibili. La prima è cambiare le regole dell’euro-zona in modo da consentire adeguate politiche di deficit spending anticiclico (oltreché di welfare). È la strada vagheggiata dal ministro Savona. Ma purtroppo essa è politicamente impraticabile. Richiederebbe una riforma profondissima del cuore stesso dell’accordo liberista di Maastricht – le regole pro-cicliche come il Fiscal Compact, il mandato della Bce, le regole poco efficienti contro l’instabilità finanziaria (Omt, unione bancaria) e contro il mercantilismo – con l’unanimità dei 19 Paesi membri dell’eurozona: più facile sciogliere l’euro e rifarlo, che riformarlo.

La seconda strada è quella di uscire dall’euro, come suggeriscono Stiglitz e Bagnai. È possibile senza creare disastri, senza mettere a repentaglio i risparmi degli italiani. Sappiamo come farlo, in teoria. Ma in pratica, è estremamente difficile assemblare le necessarie condizioni politiche e tecniche. Perciò è facile che i costi di uscita siano elevati.

La terza via è rinunciare al keynesismo e alla tutela del lavoro per sopravvivere nel mondo di Maastricht. Ciò significa abbandonare i ceti popolari ai populisti, competere per i voti dei quartieri-bene, e diventare (al di là delle etichette) quella destra illuminata e liberale di cui in passato si è spesso sentita la mancanza. Ma come fare? Un’evoluzione così profonda richiede una giustificazione ideologica. Una possibilità è l’abiura esplicita: l’economista del Pd Gianpaolo Galli (ex-Confindustria) ad esempio sostiene che il liberismo è di sinistra, e che le politiche keynesiane lasciano sempre chi le adotta in una situazione peggiore. Un’altra possibilità è prendere in ostaggio Keynes, e reinterpretarlo in chiave liberista: l’uomo ha scritto tanto ed è passato attraverso fasi diverse… E pazienza se il keynesismo moderno è ormai 80 anni più avanti.

Scrive Marco Ruffolo: “C’è una ragione… profonda che… ha convinto una parte della sinistra a disertare… il Pd…: il mito di Keynes” [dunque, non Keynes]… [che è] idolatria… banalità… catechismo… che comprime, deformandoli, i veri insegnamenti di Keynes”. Che sarebbero? “Keynes era ben attento alla composizione di quella spesa pubblica in deficit che suggeriva…[Ma purtroppo oggi in Italia] Stato, Comuni e Regioni non sono in grado di investire [perciò le politiche keynesiane non si possono fare. Difatti] Keynes… tornando dall’aldilà dopo 72 anni… condizionerebbe le sue ricette a una profonda riforma dello Stato [senza la quale] a moltiplicarsi sarebbe solo il suo scetticismo [verso] maggiori spese correnti”. Sentiamo Keynes: “The Treasury [should] fill old bottles with banknotes, bury them at suitable depths… and leave it to private enterprise… to dig the notes up again”. Se poi volete fare qualcosa di utile, meglio; ma l’importante – diceva Keynes – è distribuire soldi alla gente per stimolare la spesa privata.

Ancora Ruffolo: “Keynes era consapevole che i moltiplicatori con cui la spesa crea più reddito sono condizionati da elementi strutturali…perciò, invece di stimoli alla domanda, in recessione Keynes oggi prescriverebbe riforme strutturali; e così il rovesciamento è completo. Ma secondo Keynes (è stato confermato poi) i moltiplicatori variano in base a tutt’altre circostanze (i vincoli alla domanda aggregata).

Sempre Ruffolo: “Keynes non doveva fare i conti con debiti pubblici colossali come quello italiano”; ma nel suo paese, l’Inghilterra, nel 1935, il debito era al 250% del Pil (Italia oggi: 130%).

Nell’Italia del governo gialloverde i populisti e i liberisti si combattono apertamente. Ma entrambi fanno ben attenzione a soffocare la terza posizione, il keynesismo, spesso intestandosene in modo spurio l’eredità. Per molti decenni i keynesiani hanno stabilizzando i mercati finanziari e quelli reali creando un’alternativa liberale e moderata al marxismo e al capitalismo selvaggio. Oggi sono europeisti e nemici di Maastricht. Per la prima volta, non hanno rappresentanza politica. Presi fra due fuochi, osservano sgomenti: le scorrerie e i crudeli esperimenti sociali dei due estremismi vincitori… una sinistra irretita da un progetto illuministico, che si dibatte, prigioniera delle sue stesse menzogne… ed un giornale fiancheggiatore, principale responsabile del suo declino.

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Manovra, la Ue difende se stessa. Tirarla per le lunghe potrebbe aggravare i costi per l’Italia

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Domani il governo risponderà alla Commissione Ue, che nelle scorse settimane ha sottolineato non solo l’incompatibilità del Def italiano con le regole europee, ma anche che “per la prima volta un paese membro sceglie deliberatamente di divergere, anziché convergere, verso i suoi obiettivi di medio termine”. Obiettivi – scrive Marcello Messori su Repubblica – “unanimemente approvati (a torto o ragione)… al fine di rassicurare gli altri Stati membri sulla stabilità dell’Unione. La ragione del contendere non riguarda, quindi, pochi decimali (pur rilevanti) di deficit pubblico, ma i principi di fondo che stanno alla base del coordinamento europeo delle politiche fiscali nazionali”. Se l’Italia non modificherà la manovra, anche alla luce del mutato scenario macroeconomico internazionale, ciò “renderebbe inevitabile l’apertura della procedura per deficit eccessivo che… richiederebbe correzioni annue [fino a] 55-60 miliardi [per molti anni]… aprendo un grave conflitto e… minando [definitivamente] la sostenibilità del nostro debito pubblico. È quindi essenziale che non si arrivi all’attivazione della procedura. E la sola via aperta… è ridimensionare… il cosiddetto reddito di cittadinanza e la revisione della Legge Fornero… e garantire i limitati investimenti pubblici già preventivati”.

Quando da neo-laureato andai all’IUHEI di Ginevra mi obbligarono a prendere anche un corso non economico, e scelsi “The Great Powers and the Third World” tenuto da Harish Kapur, nell’ambito del quale preparai una tesi (che divenne poi un articolo per una rivista), dal titolo “US-Chile relations: a Simple Model“, nel quale studiavo – grazie soprattutto alla documentazione riservata del Dipartimento di Stato resa pubblica dal Senato Usa a seguito delle inchieste su Nixon – che cosa aveva indotto gli Usa a fare il possibile per destabilizzare il governo populista cileno di Allende (che pure in larga parte si era destabilizzato da solo, ma questo è un altro discorso). Risultò che le preoccupazioni americane erano nell’ordine quella strategica (fermare la penetrazione dell’Urss, e Cuba), economica (molte imprese americane stavano perdendo privilegi), ideologica (gli Usa “soffrivano” la polemica terzomondista contro l’imperialismo yankee ecc., e umanitaria (ma solo le amministrazioni democratiche Usa: si preoccupavano realmente, ma solo come subordinata, dello sviluppo dei paesi poveri, ma per il resto): le preoccupazioni di democratici e repubblicani erano sorprendentemente simili e stabili. Il modello poi ipotizzava la possibilità di generalizzare questi “moventi” a tutte (e due) le grandi potenze (“paesi core”) nei confronti di tutti i paesi “periferici”. Una conclusione era: “according to this model, the first best rational behaviour for a Latin American government would be to violate only one of the three first independent variables at a time, thus managing… the conflict with the U.S.”

L’implicazione di questi risultati per la nostra situazione (Ue/Bce = superpotenza core, Italia = paese periferico) è che se vai contro, simultaneamente, agli interessi strategici ed economici del core devi aspettarti una reazione negativa ‘rigida’ (difatti anche senza che la Unione europaea faccia nulla, i mercati finanziari se l’aspettano: la reazione esagerata degli spread non è spiegabile con un deficit al 2,5%); se poi aggiungi anche una polemica ideologica (che cerca di mobilitare il consenso dal basso contro l’area core) la reazione della superpotenza sarà ancora più forte. Aprire più fronti simultaneamente è sciocco.

Nel caso del governo italiano, attaccare le regole Ue simultaneamente sul piano pratico (con un Def “deviante”) e teorico (la proposta Savona di riforma dell’euro) è già difficile; aggiungere una polemica ideologico-politica (le dichiarazioni concitate e roboanti contro gli spread e i trattati Ue) minimizza le possibilità di successo dell’esperimento giallo-verde. Come quando la Germania attacca simultaneamente l’Inghilterra e la Russia.

Il che mi riporta a Messori: giustamente dedica il suo articolo alle questioni di princìpio (dell’Ue). Sono quelle ora che contano; e su di esse ormai non si può più fare marcia indietro ‘a parole’, senza ritirare anche – temporaneamente – una parte consistente della manovra. Le scelte della Ue non sono immuni dall’influenza della variabile ‘umanitaria’, cioè non è vero che ci vogliono male; è vero il contrario: ma solo come subordinata. La Ue difende se stessa, non tornerà indietro. Il bluff del paese periferico che pretende di muovere apertamente guerra alla superpotenza è ormai scoperto, continuare a tirarla per le lunghe avrà come unico effetto quello di aggravare i costi per il Paese.

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Inflazione in rialzo? La Bce la ributta giù. E così il nostro debito pubblico aumenta

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Crescita e occupazione rallentano. Ma la Bce a fine anno ha terminato il quantitative easing: nell’area dell’euro non si prevedono nuovi stimoli. Eppure l’inflazione è in calo: non è una novità. Nel 2018 è stata 1,1% in Italia, 1,7% in Europa: dai che recuperiamo! Intanto arrivano le prime ammissioni. Jean Claude Juncker: qualcosa s’è sbagliato, via, nell’Eurozona. Non dovevamo spianare la Grecia nel 2015 e non dovevamo fare l’austerità nel 2012, nei momenti più bui della crisi. Ma si è trattato di meri “errori”, episodi, scusateci, guardiamo avanti.

Eh, no, miei cari, no. Da quando l’euro c’è, l’inflazione (core) è stata sistematicamente inferiore all’obiettivo. E le previsioni della Bce sono sistematicamente distorte: la Bce immagina sempre, dietro l’angolo, un’inflazione che non c’è. Ergo, distorce stabilmente la politica monetaria in senso restrittivo. Difatti ogni volta che l’inflazione sta tornando verso il target del 2% la Bce la ributta giù (nel grafico, le linee colorate sono le previsioni in vari momenti):

In breve, da quando c’è l’euro la Bce orchestra una “disinflazione a sorpresa”, grazie alla quale:

1. I debiti pubblici e privati – inclusi gli stock di Npl delle banche – sono molto più alti di quanto dovrebbero essere. Se per esempio l’inflazione core fosse stata all’1,9% nel quinquennio 2014-18, il debito pubblico italiano, invece che al 131,6% del Pil, sarebbe sotto al 120% e in rapido calo.
2. I tassi d’interesse reali risultano ex-post sistematicamente più alti, aggravando la situazione dei debitori anche sotto il profilo dei flussi finanziari.
3. A milioni – in Spagna, Portogallo, Irlanda e altrove – sono finiti sul lastrico dopo il 2011, courtesy of the Ecb. Ma anche prima: da quando c’è l’euro, il tasso di disoccupazione non è mai sceso sotto il 7,2% e la media è stata 9,7%. Cioè l’attuale 8% è da considerarsi una festa.

E perciò ora la Bce ha deciso di stringere i freni. E lo farà, ma – tranquilli – più gradualmente di quanto pensava! Per la Bce evidentemente i ristoranti sono pieni, siamo in situazione simil-boom: l’inflazione, bau-bau, ancora una volta è dietro l’angolo! Ma Innocenzo dice che l’unico “errore” è stata l’austerità del 2011-12, e Innocenzo è un economista rispettabile.

Juncker ha sbagliato a maltrattare la Grecia. Ma a nessuno preoccupa il fatto stesso che l’Ue/Bce detenga il potere di distruggere una nazione, per sbaglio, o “per dare una lezione ai populisti di tutta Europa” (Wolfgang Schaeuble, 2015), non importa. Disse Robespierre: si è sbagliato a tagliare tante teste, ma teniamoci il potere di rifarlo, dans le cas… non si sa mai. Questa è la “democrazia liberale”? Davvero? Basta dare un po’ più di potere al Parlamento europeo, Dibba, e tutto va a posto?

Dulcis in fundo, l’Italia resta invischiata nella trappola delle aspettative depresse. A ciò contribuisce fortemente il divieto Ue di manovre espansive: divieto enforced da eventuali sanzioni, chiamate spread. L’Italia uscirebbe rapidamente dalla depressione con la vituperata svalutazione: lo fece molte volte in passato, con successo. È una manovra da manuale: regime change per spezzare le aspettative depresse. La teoria economica la raccomanda quando hai debiti, deficit e disoccupazione. Ma Innocenzo dice che senza l’euro esploderebbero inflazione e tassi d’interesse, e Innocenzo è un economista rispettabile.

E così l’Italia osserva la fuga (o l’apatia) dei giovani (non tutti però!) e la conseguente progressiva caduta del Pil potenziale: che, Mario Monti aveva detto, le sue riforme strutturali avrebbero innalzato di 11%, poi corretto a 7%, “entro il 2018”. Siamo allo scenario Detroit: fugge la base produttiva ma restano i debiti. Arriveremo a pagare i debiti e a rilanciare il Paese prima che tutti vadano via? Già, perché neanche i migranti sembrano più interessati a venire in Italia, a parte qualche disperato.

I responsabili di tutto questo sono persone responsabili, che perciò meritano il nostro rispetto. Persino Dibba e Luigi Di Maio s’allineano! E la Bce non sa fare le previsioni, però dice molte cose politically correct (per sopravvivere). Perciò tranquilli. Il nuovo giorno spunta dopo che la notte è più buia. Difatti già s’avanza il Sol dell’Avvenire: Carlo Calenda, novello Macron-Renzi-Letta-Gentiloni, sempre con le stesse politiche. D.o.c.

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Su euro e politica economica, i cinque stelle devono migliorare la strategia

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Meno di un anno fa gli elettori mandavano un messaggio forte al sistema politico: “Così non va: vogliamo un cambiamento radicale”. È la democrazia. Chi vede una contraddizione fra i risultati del 4 marzo 2018 e la valanga di voti presi da Matteo Renzi pochi anni prima, non ha capito: è lo stesso messaggio. Che però, grazie al trial and error, si è affinato. C’è stata una presa d’atto sul fatto che la vision del Pd non funziona, almeno in questa fase storica. Non è più questione di persone, di leader: Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni. Gli elettori chiedono un cambio sistemico in almeno tre settori: l’economia, i migranti, e il sistema politico. Gli elettori segnalano chiaramente anche la direzione del cambiamento desiderato. Non tutto va bene. Ad esempio: “meno democrazia” non va bene (come ha imparato Renzi a sue spese).

Nell’ambito economico, la gente chiede lavoro (vera risposta alla crisi sociale), che si crea con la crescita (il modo migliore per abbattere il debito pubblico). Il vincolo alla crescita, dal 2008, è la domanda aggregata troppo debole. Si tratta di capire come stimolarla, essendo nell’euro quasi tutto vietato/impossibile (per esempio, non si può fare quel che sta facendo il Giappone, o quello che ha fatto Obama, eccetera).

La nuova maggioranza ha tentato un cambio del paradigma della politica economica, ma in modo ingenuo: perciò ha fallito. Se, come dicono, l’euro e le sue regole sono “una trappola, una gabbia”, dovevano sapere che non si esce da una gabbia lanciandosi contro le sbarre: l’unico risultato è farsi male (difatti il conto degli spread è salato). A parte questo, l’Italia è stata riaccompagnata cortesemente nel vecchio paradigma di Giulio Tremonti (ultima versione), Monti, Letta, Renzi, Gentiloni. Di conseguenza, non ci sarà una ripresa sostenuta della crescita e dell’occupazione, l’attesa svolta. Il reddito di cittadinanza è solo una pezza su una crisi sociale, nel Sud, destinata a durare.

Perché questo fallimento? Per disinnescare “la trappola” senza che esploda ci vorrebbero degli artificieri. Ma il M5s vi ha rinunciato in partenza. La promessa di coinvolgere nel governo del Paese eccellenze della società civile è stata subito accantonata (salvo un paio di ministri, subito messi all’angolo). Ma già l’impostazione originaria di Beppe Grillo – il “referendum sull’euro”: una battuta poi consolidatasi in dogma – scaricava sugli elettori non una scelta di valori, bensì una valutazione eminentemente tecnica su un particolare assetto monetario, sui meccanismi macroeconomici necessari a rilanciare l’economia, sulle capacità negoziali del Paese (dentro l’Eurozona, o in caso di uscita concordata): un non sequitur. Il punto non è se uscire (restare) nell’euro, ma come uscire (restare). La democrazia rappresentativa ha il suo perché. Altra cosa sarebbe un referendum sull’Ue.

Molti grillini chiedevano di “tenere duro” con l’Ue, e portare in ogni caso il deficit dall’1,9% (2018) al 2,4% (2019). C’è qui un’idea ingenua di politica espansiva: come se bastasse fare deficit spending in qualsiasi modo e condizione. La rinuncia a sfidare l’Europa, e a politiche più ambiziose, è grave ma saggia. Non si maneggia una bomba senza competenze di alto livello, alla guida – anche politica – di un processo così complesso e delicato e senza unità di intenti. Ma le dichiarazioni di Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio – “non abbiamo la bacchetta magica” – sono confessioni di impotenza: conferme inopinate del there is no alternative (Tina) caro al Pd (e all’Ue). Di qui il calo dei consensi dei 5s.

Matteo Salvini invece si è posizionato in maniera strategicamente astuta sull’economia: più “anti-euro” del M5s, per lasciare a loro la colpa del fallimento, ma non abbastanza da assumersi la responsabilità di una politica alternativa. Ma soprattutto la Lega ha, al contrario dei 5s, un cambio di paradigma da offrire in un altro settore sensibile: lo stop (vero, presunto) agli immigrati. Le liti con l’Europa qui non riguardano la moneta francese dell’Africa Occidentale, ma l’equa ripartizione dei migranti in Europa: principio rilevante, che anche gli europeisti possono capire.

Restano le istituzioni. Gli elettori chiedono:
1. più democrazia, anche “diretta” (ma con buon senso: chi stravolge la Costituzione muore);
2. partecipazione (anche nei partiti);
3. meno abusi dei politici e di chi gli gira intorno (conflitti di interesse, appropriazione legalizzata di fondi pubblici, stipendi eccessivi, clientelismo, ecc.).

Qui il M5s in teoria potrebbe pareggiare i conti con la Lega. Ma sorprendentemente – al di là del freno esercitato dalla Lega e dei tempi tecnici per le riforme costituzionali – il M5s non è stato finora in grado di presentare un piano generale per la riduzione degli eccessi del potere, tale da accreditarsi come portatore di un cambiamento sistemico (ancorché filo-costituzionale). Le battaglie particolari, per quanto importanti – come sui vitalizi dei parlamentari – non sono una riqualificazione generale della democrazia italiana, né toccano le cause profonde degli abusi. Nel lungo termine, quel che conta di più è l’occupazione. Per uscire dall’angolo, Di Maio e Dibba farebbero bene a rinchiudersi tre giorni a Frattocchie a studiare una svolta (macro)economica.

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Caro Fusaro, mi spiace per le tue teorie ma con la crisi greca il turbocapitalismo c’entra poco

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Caro Fusaro, grazie per averci fatto notare il video in cui Fubini confessa qualche censura, sul Corriere, di notizie “scomode” sulla crisi: triste, certamente. In realtà c’erano già state molte confessioni del genere (Amato, Monti, Junker). E la verità sulla crisi greca (e dell’Eurozona) era nota da tempo a chi s’abbevera a fonti diverse. Ma è interessante notare come le diverse testate tentino di “segmentare” i lettori. Però anche il tuo commento non è proprio candido.

Non è vero che “la Ue è un immenso campo di concentramento finanziario”, semmai lo è l’Eurozona. Difatti Danimarca UK Svezia Croazia Polonia e altri paesi della Ue – avendo conservato la sovranità monetaria – non subiscono alcuna “dittatura finanziaria” da parte degli spread o dell’Ue, né registrano impennate della mortalità infantile, come in Grecia, o altre catastrofi economiche. Inoltre votano ed escono facilmente dall’Ue, se vogliono. Scambiando l’Eurozona con l’Ue, attribuisci i problemi causati dall’euro, erroneamente, alle “politiche fondative della Ue”. Portando acqua al mulino del sovranismo, confondi i lettori.

Inoltre scrivi: “la democrazia oggi è assente (il Parlamento della Ue ha un ruolo coreografico)”. Ma in tal modo (proprio come gli pseudo-europeisti) sottovaluti gravemente il problema. Difatti i governi europei (che prendono tutte le decisioni importanti, incluso nel 2015 di martirizzare la Grecia) sono democratici. Se il Parlamento Ue contasse di più prenderebbe le stesse decisioni. Vorresti che il Parlamento Europeo contasse di più? Allora – forse inconsapevolmente – sostieni il progetto degli Stati Uniti d’Europa, il federalismo, che altrove denunci con molta foga. In realtà, il problema dell’insufficienza di democrazia nell’Ue non ha origine nella debolezza dei poteri del Parlamento Ue, ma nell’assenza di limiti costituzionali e contropoteri (checks and balances) ai poteri della maggioranza. La quale, tramite la Bce, è in grado di punire, premiare, aiutare, ignorare, ricattare, condizionare in modo radicale ogni paese dell’Euro; e di trasformare un eventuale (tentativo di) uscita dall’Euro (dall’Ue) in un incubo.

Mi spiace per le tue teorie ma, con il dramma della Grecia, il “turbocapitalismo finanziario” e la “globalizzazione” c’entrano poco o nulla. Difatti l’Ue ha tentato di trasformare anche la Brexit in un incubo per il Regno Unito (sempre con la stessa logica “greca”: punirne uno per educarne cento), ma con poco successo. Non per le dimensioni dell’UK: qualsiasi paese anche grande può subire una crisi finanziaria (persino gli Usa). Ma perché, se un paese ha la sovranità monetaria, l’Ue non ha poteri esorbitanti per interferire; ha dei poteri limitati ed equilibrati.

Il radicalismo sovranista e anti-globalista è legittimo. E tuttavia, esso non rende un buon servizio agli avversari del liberismo illiberale dell’Ue. Il quale andrebbe denunciato per quello che è: una dottrina estremista, in economia, negli assetti costituzionali e sociali. E battuto con toni, argomenti, proposte e posizioni moderate. Non fanno parte di queste ultime le posizioni che, per denunciare i gravi mali dell’Ue, ne ignorano anche i benefici da preservare.

Cordialmente,

Piergiorgio Gawronski

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Mi aiutate a capire se questo articolo è da censurare?

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L’articoletto qui sotto è stato scritto il 1° Maggio per una testata on line “vicina al Pd” (non dirò chi, perché si dice il peccato non il peccatore), insomma di quell’area. A me pareva innocuo, e un po’ scontato. Ma mi è stato censurato: insomma la sua pubblicazione è stata stoppata. In certi ambienti non si scherza con Gad Lerner, o con l’Euro! Perciò oggi lo ripropongo qui, non per i suoi meriti, ma per chiedere a Gad Lerner, e a voi, un equilibrato parere: i suoi contenuti sono “offensivi”, “irriguardosi”, o “accettabili”? La scelta di bloccare la pubblicazione è “sacrosanta”, “normale”, o “discutibile”? E come definire chi ritiene che i lettori dell’area politica Pd non debbano avere accesso ad articoli critici dell’euro? “Cauti”, “saggi”, “astuti”, “lungimiranti”, “bravi giornalisti”, “persone preoccupate per l’Italia”, “che alimentano un necessario dibattito nel Pd”, “giustamente stufe della volgarità che circola sul web”? O che altro? Questo è l’articolo in questione.

Titolo – “La schizofrenia di Gad Lerner”
Testo – Ieri [30 Aprile] il quotidiano “La Repubblica” era dominato da un grande articolo di Gad Lerner sul tema: Italia, Repubblica fondata sul lavoro… che non c’è! Bell’articolo, e molto opportuno. Perché oggi è la festa del lavoro. E il lavoro che non c’è (o è di cattiva qualità) è un problema tanto grande… come un elefante in una stanza! Problema per i giovani, immersi in una deprimente insicurezza; per il bilancio dello Stato indebitato (non sa più chi tassare); per quello delle città italiane in declino (Roma); per i servizi pubblici (come la Sanità: non sai più cosa tagliare); per i bilanci di famiglie meno fortunate e per chi dorme in macchina, non tanto bene.

Questa situazione è un problema anche per gli immigrati (che Gad meritoriamente difende contro l’intolleranza, ricordandoci che l’umanità è un bene prezioso da coltivare); eh sì, perché la fobia degli immigranti è alimentata dalla mancanza di lavoro. Tutt’altra storia sarebbe l’arrivo di migranti in una situazione di piena occupazione: con la difficoltà di trovare operai per i cantieri, badanti per gli anziani, infermieri per gli ospedali, ecc. Non è giusto, ma è politicamente saggio Trump quando dice: “It is a basic principle that those seeking to enter a country ought to be able to support themselves financially”.

I romani (antichi) lo capivano benissimo, se un portavoce dell’imperatore nel 298 d.C. si esprimeva così: “Schiere di barbari … siedono sotto i portici delle città… e tutti costoro vengono distribuiti al servizio degli abitanti, fino a quando non verranno condotti nelle zone spopolate da coltivare… Ora dunque …il Frisone ara per me… impegnato in un duro lavoro, e vende il bestiame nei miei mercati, ed è un coltivatore barbaro a pagare l’imposta. E se poi è convocato alla leva, accorre…”. E poi un altro portavoce: “Il Franco coltiva i campi abbandonati dei Treveri…”. E un terzo: “I barbari … con mogli e figli… e tutte le loro cose sodo stati trasferiti in luoghi spopolati per riportarli alla coltura col loro lavoro…”. Così la propaganda del regime imperiale giustificava i flussi di immigranti. Figuriamoci una democrazia.

Il lavoro non è oggi al centro delle preoccupazioni dei politici, o nei dibattiti televisivi. Dell’elefante non conviene parlare. Anche perché non hanno idea di come risolvere il problema. Bravo quindi Gad, che l’elefante non finge di non vederlo. E qui sta la schizofrenia. Perché Gad è anche un acceso sostenitore dell’euro. Per lui: Euro = EU = Pace = Democrazia contro i nazionalismi fascisti e razzisti… un’equazione così europeista… così internazionalista! Ma per riavere il lavoro perduto  – è stato chiarito una volta per tutte 83 anni fa –  servono politiche Keynesiane (vere). E l’euro, semplicemente, non le consente.

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M5s è a un bivio: o resta con la Lega e cede sulla Tav, o punta al Pd (che deve cambiare pelle)

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Nonostante il tentativo di rilancio di Conte, ragioni profonde spingono verso una crisi di governo. Le elezioni anticipate a settembre darebbero alla Lega – magari assieme ai neofascisti di Meloni – la maggioranza assoluta in Parlamento: perciò Salvini non ha più interesse a mediare con il M5S. D’altronde una “mediazione” vera finora non c’è mai stata; le esigenze di spesa di Lega e M5S si sono piuttosto sommate, a scapito degli investimenti pubblici e della stabilità finanziaria dello Stato: il futuro. Tipico delle politiche populiste sotto ogni latitudine. E non parlatemi di Keynesismo: sul Sole 24 Ore del 29 maggio ho spiegato la differenza. Ma ormai lo spazio finanziario si è esaurito, anche nel breve termine; il contesto politico ed istituzionale dell’eurozona accelera ora la resa dei conti. Perciò la Lega è quasi obbligata a tentare qualcosa di nuovo; e le conviene farlo prima che il campo avversario si riorganizzi.

Il prossimo Parlamento di destra, come minimo, abolirà il reddito di cittadinanza, ridurrà la proporzionalità dell’Irpef, i tagli ai privilegi (anche dei politici), l’equità, la solidarietà, e la normativa ambientalista. L’esatto contrario di quanto auspicato dal M5S. La situazione è surreale, perché solo un anno fa gli elettori hanno affidato al M5S un “progetto-paese” basato su uno sviluppo equo e sostenibile. E non possono aver cambiato radicalmente idea nel giro di un anno. Tra l’altro, nell’attuale Parlamento il M5S ha un vantaggio in termini di seggi che gli permetterebbe di praticare la politica dei due forni, alleandosi con partiti alla sua destra o alla sua sinistra a seconda delle convenienze politiche; vantaggio che verrebbe vanificato da nuove elezioni.

Il M5S deve aver fatto errori gravi, strategici, non solo di comunicazione, per meritarsi l’abbandono di metà del suo elettorato: errori su cui conviene riflettere, prima di agire. Di Maio dopo le elezioni europee ha dichiarato: “Il M5S non perde, impara!”, ma non ha ascoltato le (nostre) critiche prima, e ora non dice cos’ha imparato e come cambierà la linea; forse perché non ha le idee chiare. E’ difficile che lo stesso personale politico venga buono per tutte le stagioni. Ma una nuova leadership non può essere scelta a caso, solo perché è nuova: deve impersonare le nuove strategie.

Il M5S è rimasto a metà strada fra l’Europa e il populismo economico: ma non si possono avere entrambe le cose. La Lega invece ha scelto il populismo, e al tempo stesso ha detto (non so con quanta sincerità) di voler uscire dall’Euro. Questo è un progetto coerente, e quindi in qualche modo credibile. Il progetto in deficit dei M5S è invece contraddittorio (con l’euro), anche nel breve termine, a maggior ragione se deve sommarsi a quello della Lega. Per questo, anche, gli elettori hanno scelto la Lega. Ma non è detto che, se il progetto politico originario dovesse ritrovare coerenza, gli elettori non tornerebbero a votare il Movimento.

Per essere chiaro: l’unico modo per salvare il governo Lega-M5S è cedere platealmente sulla Tav in ossequio al risultato delle Europee (un modo per chiudere la questione), e poi puntare dritto alla grande impresa comune dell’uscita dall’euro, e del rilancio del paese grazie alla svalutazione. Ma per realizzarla occorre compattezza, e una delega sostanziale a personale di governo altamente specializzato, separando il Parlamento – controllore – dai ministri esecutivi.

In alternativa, alleandosi con il Pd (come suggerito da Paolo Mieli: “Il Pd ha bisogno di alleati”), invece di consegnarlo alle destre, il M5S potrebbe dare una svolta ambientalista e solidarista al Paese, realizzando molti dei suoi obiettivi. Ma per rendere possibile al Pd un’alleanza, il M5S dovrebbe anche qui rinunciare a qualcosa di grosso: al deficit-spending; accettando persino un ritorno del ministro Padoan, o almeno la linea di “austerità espansiva” (e filo-investimenti) del ministro Tria. Anche a costo di spalmare nel tempo il reddito di cittadinanza e “quota 100”. Certo, sarebbe un tornare indietro rispetto alla linea Di Maio. Ma è proprio questo il punto: ammettere gli errori (non marginali), cambiare strada. Nella situazione attuale, un crollo degli spread darebbe una svolta alle aspettative anche sui mercati reali. La crescita che ne deriverebbe aprirebbe spazi a robuste misure sociali a fine legislatura.

Il Pd a sua volta, per rendersi minimamente accettabile agli occhi del M5S, dovrebbe attuare una svolta a tutto campo sulla questione morale, mutando letteralmente pelle (o tornando a Berlinguer), nell’atteggiamento che mantiene nei confronti dei suoi inquisiti e condannati, e sui privilegi della politica. Il successo di Salvini dimostra che, oggi, il coraggio paga, l’immobilismo no. Due prove di audacia e serietà speculari ed improbabili da parte di Pd e M5S offrirebbero al Paese un modello di sviluppo alternativo a quello della destra.

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Il nuovo governo ha detto che vuole innanzitutto ridurre le diseguaglianze. Auguri!

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Nei giorni scorsi Aldo Cazzullo non è stato l’unico a notare una “strana euforia” intorno alla nascita del nuovo governo: “Ogni sorta di istituzione, comitato, fondazione italiana e mondiale si è rallegrata per la nuova era che si apre. La legislatura continua […] i barbari non arrivano più. Un’atmosfera che ricorda il 2011 e l’insediamento del governo Monti; la fine è nota”. E avverte: “Aver negato i ‘pieni poteri’ a Salvini non è un obiettivo di poco conto. Ma se il governo non rimetterà in moto il Paese, avrà soltanto guadagnato tempo. Allora non basteranno le congratulazioni dell’Europa, un tweet di Trump e forse neanche una nuova legge proporzionale per allontanare la tempesta”.

Credo che parte di questa euforia si debba a Nicola Zingaretti, piacevole sorpresa. Fino a pochi giorni fa si è mosso benissimo. Ha interpretato la domanda (di parte) degli italiani, di un’alleanza vera fra Pd-M5s intorno a un progetto-Paese di lungo termine. Ha avuto il coraggio di dire che, per far ciò, bisognava superare gli odi reciproci, l’arroganza, la prepotenza, e scegliere la strada dell’ascolto, dell’amicizia, dell’umiltà di chi cerca soluzioni. Gli italiani chiedono alla politica, e a ogni governo, una cosa sola: fermare il declino nel quale l’Italia s’è avvitata. Il fatto che Zingaretti lo abbia capito, che abbia anche accennato a possibili autocritiche del Pd, ha riacceso le speranze.

Ora tutti chiedono: che ne pensi del nuovo governo? Si riferiscono alla qualità dei nuovi ministri. Il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, eccellente economista, spiega: “Guardi, io… sono un docente d’ateneo… e in quel campo credo di avere visione e progetti”. Proprio quello che ci vuole. La sua visione (su “come” fare) nasce dalla conoscenza. Tutti i suoi colleghi hanno una visione adeguata per fare delle “cose buone”. Forse non tutti ce l’hanno a un livello tale da salvare un Paese moderno dal declino. Se l’asticella è alta, la strategia dev’essere… geniale! Tanto più in macroeconomia…

Vediamo innanzitutto il primo caso. Il primo grafico presenta una media mobile di un indice di diseguaglianza dei redditi, che l’Istat chiama “Incidenza della povertà relativa”. Lo presento perché il nuovo governo ha detto che vuole innanzitutto ridurre le diseguaglianze: auguri!

Il secondo grafico, tuttavia, mostra alcune conseguenze socio-demografiche della crisi economica degli ultimi anni. L’asse di destra rappresenta il numero di persone in povertà assoluta (linea rossa): sette milioni nel 2018. L’asse di sinistra riporta il numero di giovani fra 24 e 34 anni formalmente (in realtà sono meno) residenti in Italia (linea tratteggiata), circa 718.000 a metà 2019; e il numero di nascite ogni anno, circa 439.700 nel 2018. Queste variabili si impennano (povertà) o crollano (giovani, nascite) dal 2011.

Moltissime altre variabili (disoccupati, disuguaglianze, suicidi, debito pubblico, ecc.) si comportano in modo analogo: s’impennano nel 2008-12. Alcune migliorano poi lentamente dal 2014-15 (suicidi, disoccupati), dando la sensazione che “ne stiamo uscendo”. Ma altre continuano a peggiorare: rilanciando il declino da nuove direzioni. La politica può tentare di affrontare un problema alla volta, ma questo significa essere privi di visione sistemica, non capire che c’è una radice comune che, se non viene rimossa, vanifica gli sforzi settoriali.

Che ne pensano i lettori? Qual è la “radice” comune che fa peggiorare bruscamente tutti gli indicatori nel 2008-09 e poi li fa strapeggiorare nel 2011-13? Il nuovo governo ha una visione sistemica adeguata a “fermare il declino”, o si limiterà a gestirlo nel modo migliore possibile, limitandosi a attenuarne le conseguenze peggiori? Quali saranno, alla fine, le conseguenze politiche?

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1992, una lezione per l’oggi. Quando svalutare la lira fu il punto di partenza per la ripresa

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Nel novembre del 1991 presentai al Capo dell’Ufficio studi dove lavoravo la previsione, nel 1992, di: (a) una svalutazione della lira del 25%, “forse in Novembre”; (b) il previo aumento dei tassi d’interesse (in difesa del cambio). Consigliai di alleggerire il portafoglio titoli, per ricomprarli più bassi nella tempesta, atteggiandoci pure a difensori della Patria.

Il 2 giugno 1992 il NO dei danesi all’euro scatenò la speculazione. L’Italia aveva appena votato, ed era senza governo. La banca d’Italia alzò i tassi troppo debolmente. E Ciampi fece un errore fatale; dichiarò: “Che dolore alzare i tassi!”, rivelando che non avrebbe fatto molto di più. A quel punto le sorti della lira erano già segnate. La speculazione prese d’assalto l’ultimo baluardo, le riserve valutarie della banca d’Italia.

Dietro alle mosse di Ciampi c’era l’economista Pierluigi Ciocca, con il quale ebbi una secca discussione a fine giugno all’Osservatorio Monetario di Vaciago a Milano. Per qualche strano motivo Ciocca passa per “keynesiano”. Ma a Milano usò un modello neoclassico dove “il cambio di equilibrio” dipendeva dai differenziali d’inflazione, punto; e secondo quel modello, lo squilibrio (eventualmente) da correggere era solo del 7%… In realtà Ciocca, nonostante la recessione in atto, temeva l’inflazione. Su questo punto ci fu un’infuocata discussione ai primissimi di settembre in Sapienza, organizzata da Ferruccio Marzano. Cinquanta economisti – dopo l’“eventuale” (!) svalutazione – vedevano un aumento dell’inflazione; solo tre ne prevedevano il calo (fra questi l’allora Presidente dell’Istat Rey, il sottoscritto, e un terzo che non ricordo). Keynes era stato non superato, ma dimenticato.

Ciampi era convinto di riuscire ad evitare la svalutazione: lo Sme impegnava la Germania a una difesa illimitata dei cambi fissi; e non le facevano difetto i marchi (li stampava). Ma l’11 settembre la Germania abbandonò l’Italia al suo destino. Ciampi “era verde” (Amato). Svalutò la lira del 7% e resistette altri 3 giorni prima di accettare l’inevitabile. L’emorragia di riserve valutarie raggiunse il parossismo, poi improvvisamente finì il 16 settembre alle ore 17 quando chiusero i mercati e l’Italia uscì dallo Sme.

La difesa del cambio, pur se inefficiente, non fu inutile: consentì l’accordo del 31 luglio, essenziale per una svalutazione non inflazionistica. Ma la contropartita promessa ai sindacati era che non avremmo svalutato. Perciò farlo subito non si poteva. Se l’inganno (a fin di bene) fosse stato troppo plateale, irridente, la politica dei redditi rischiava di non tenere. L’accordo fu invece un architrave della “svalutazione virtuosa”, che si realizzò come da manuale.

Contrariamente a quanto accadde nel 2011-15, la svalutazione del 1992 fu il punto di partenza di una straordinaria ripresa del Paese. Negli anni successivi l’Italia uscì da una situazione difficilissima, col deficit al 12% del Pil, debito pubblico a 105%, debito estero al 30%, bilancia commerciale in rosso, ecc. L’inflazione scese dal 5,5% (sett. 1992) al 4,6% (1993), al 4% (1994). Quanto alle riserve, la perdita di valore per lo Stato italiano fu pari a “solo” il 23% delle riserve vendute: pari cioè a quanto esse si svalutarono, alla fine dei giochi. Si poteva far meglio; ma anche peggio (nel 2011-15 si è fatto molto ma molto peggio secondo tutti gli indicatori economici e sociali che conosco). La banca d’Italia fece diversi errori, ma fra questi non quello di difendere il cambio il tempo necessario per preparare una svalutazione da manuale. L’errore n.1 fu come difese il cambio (tutto con le riserve, zero con gli annunci, pochissimo e tardi con i tassi): Ciampi da ragazzo non giocava a poker. L’errore n.2 fu non uscire dallo Sme all’inizio di settembre.

Secondo Lorenzo Bini Smaghi: “Quelli che rimpiangono la lira o le moneta nazionali dovrebbero ricordarsi di quegli anni e come la sovranità monetaria e fiscale era assai limitata… mentre i mercati reagivano con enormi overshooting e instabilità finanziaria”. Senza essere un sovranista, osservo che è paradossale criticare l’assetto del 92 perché “la sovranità monetaria e fiscale era assai limitata”: lo era sempre meno di ora! Quanto all’instabilità, ora che non è più assorbita dai mercati finanziari, si scarica tutta sui mercati reali e l’occupazione: meglio per i rentiers, un po’ seccante per i lavoratori. Infine, i limiti dell’epoca alla sovranità monetaria e fiscale creati dalla Germania, come pure i tassi d’interesse a volte elevati, dipendevano unicamente dai cambi fissi: un accordo liberamente sottoscritto e in qualsiasi momento revocabile (o riformulabile, su nuove parità). Perciò il “potere di ricatto” di entità estere era infinitamente inferiore a quello subìto p.es. da Tsipras nel 2015. Quando “la speculazione indotta dalla crisi valutaria fece salire [ottobre 1992] i tassi sul debito pubblico oltre la doppia cifra…” (Recanatesi), il problema rientrò in poche settimane; perché allora avevamo un lender of last resort (Bankitalia) che si faceva rispettare dai mercati, non l’assetto liberista e di laissez faire attuale.

Quanto alla Germania, lo storico Harold James ha scoperto che il rifiuto di onorare gli impegni sui cambi era stato già deciso ai massimi livelli alla nascita dello Sme (1978); ma i tedeschi tennero segreta la decisione per vincolare gli altri paesi. La doppiezza tedesca del 1978-92 è gravissima, perché l’euro è figlio dello Sme: “una moneta unica costruita senza la solidarietà richiesta già da un “buon” regime di cambi fissi genera un dualismo economico fra zone forti e zone deboli” (La Malfa). Nel 1980-98, quando la competitività si squilibrava: o il paese in surplus stampava moneta e alzava il suo livello dei prezzi; o si aggiustava il cambio; e la vita continuava. Mentre oggi il rifiuto – non solo tedesco – di espandere la domanda, alzare i prezzi, e riequilibrare la competitività, ha effetti drammatici, potenzialmente illimitati, sugli altri paesi.

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Elezioni Umbria, le contraddizioni M5s-Pd hanno premiato la chiarezza di Salvini

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Si era detto in agosto che, rinviando il redde rationem elettorale, un governo M5S-Pd poteva offrire un’opportunità a due partiti in crisi per ripensarsi, confrontarsi e rilanciarsi. Ma poteva anche essere il miglior modo per alimentare la valanga salviniana già in movimento. Il risultato elettorale in Umbria chiarisce, senza lasciar adito a dubbi, che il secondo scenario si sta verificando.

Il governo non ha fatto fin qui grossi errori. Lo spread è sceso, l’Iva non è salita, non ci sono nuovo scandali, la litigiosità è a livelli fisiologici; e Zingaretti, “l’uomo che ascolta”, ha limitato la tradizionale arroganza dei nostri politici. La sensazione trasmessa al paese è tranquillizzante: c’è un governo che governa. Francamente non ci si poteva aspettare di più. Ed allora, come spiegare la continua frana del Pd (dal 24,8% delle Politiche, al 24% delle Europee, al 22,4% di oggi), e quella più recente ma più violenta (dal 27,5% al 14,7%, fino all’8% attuale) del M5S?

La gente sta male. Alcuni soffrono economicamente. In Umbria la disoccupazione oscilla intorno o sopra al 10% dal 2012, da troppo tempo: le riserve dei meno fortunati sono finite. La Regione non ha mai superato la crisi del 2011-12; la stessa situazione di molte altre parti d’Italia. Altri stanno male solo psicologicamente, perché la depressione blocca i sogni e mortifica le speranze, motori della vita. Tutti si rendono conto che l’Italia viaggia molto al di sotto del suo potenziale; non del potenziale astratto “se fossimo tutti svizzeri”, ma del potenziale concreto degli italiani come sono. Ben al di là dei tanti fallimenti micro del nostro malcostume italiano, sempre sottolineati da flagellatori ubiqui, il fallimento vero è quello del coordinamento generale, è quello macroeconomico, è dunque politico.

La gente ha avuto pazienza, ma ora e non da ora chiede un cambio di paradigma. Non una bacchetta magica che ci trasformi in ordinati svedesi, ma una strategia sistemica che consenta agli italiani come sono – di lavorare tutti, di pagare i debiti, e di progettare il futuro. La gente vuole capire, controllare, partecipare, sperimentare, e se non va… cambiare. L’alta partecipazione al voto umbro lo conferma.

Ma il Pd continua con lo stesso paradigma. Prova a migliorarlo, non a sostituirlo. La gente ha votato NO al referendum semi-autoritario di Renzi? Il Pd ripropone (sommessamente) prospettive istituzionali simili. In economia l’euro vieta qualunque azione (non solo quelle sconsiderate di Borghi) utile al rilancio macroeconomico? Il Pd si rifiuta di aprire un dibattito sulla natura e le conseguenze dell’euro, e sulle possibili opzioni. La forma partito è antiquata? Zingaretti si muove nella direzione giusta (i circoli on line), ma troppo cautamente. Gli intellettuali e i leader sociali vogliono contare, la base vuole partecipare alle decisioni del partito: non c’è motivo perché non lo si faccia.

I dirigenti del Pd sono convinti che se rinunciano ai paradigmi vigenti rinunciano ai valori “non negoziabili” della sinistra. Ad esempio: promuovere istituzioni più liberali e partecipate la chiamano “deriva populista”; il modello “non disturbate il manovratore” lo chiamano “governabilità”. Così è per l’euro: ha messo in crisi l’Europa, ma loro non possono immaginare un europeismo senza euro. Così è per la democrazia nel Pd, basata sulla filosofia delle liste bloccate: una partecipazione formale e coreografica. Ecc. Nel 1933, in un’epoca per molti versi simile alla nostra, Franklin Delano Roosvelt seppe proporre un nuovo paradigma economico, adeguato a quella situazione; ma nel Pd il ferreo controllo dei capi corrente impedisce l’insorgere di un moderno FDR.

Quanto al M5S, precipita nei sondaggi da quando ha rinunciato a mettere in discussione l’Euro. Il messaggio subliminale arrivato alla gente è che il M5S ha rinunciato al cambio di paradigma. Perché è troppo difficile, perché hanno scherzato, non importa. Ma pochi elettori M5S sono disinteressati al cambio di paradigma: perciò il crollo è stato molto più violento del Pd.

La gente non ha sempre chiari i paradigmi possibili, ma valuta le proposte. Salvini propone l’Uomo forte e la lotta fra poveri (fra te e i migranti scelgo te): mediocre ma pur sempre una soluzione. Mentre la sinistra non presenta ancora la sua linea naturale: entrano in pochi, selezionati in funzione dei nostri bisogni, con diritti e tutele crescenti, ma noi investiamo nella loro integrazione (e impegno umanitario a favore di tutti).

Che fare, di fronte al voto umbro? Per respingere la destra, ci vogliono dei congressi a tesi, aperti ai sostenitori qualificati dei “nuovi paradigmi” (sulle istituzioni, l’economia, la vita nei partiti, le migrazioni, l’ambiente). Per scegliere con nettezza. È difficile e ci vuole coraggio. Alternativamente, si può decidere che “gli elettori sbagliano” e resistere tre anni, eleggere un buon Presidente della Repubblica, rafforzare qualche argine costituzionale, e poi nel 2023 consegnare alle destre un Paese sulla linea di galleggiamento.

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Coronavirus, un cigno nero inatteso: l’impatto sull’economia potrebbe essere tremendo

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L’economia mondiale non è mai stata tanto solida. Nonostante le molte fragilità strutturali, la liquidità iniettata dalle banche centrali stabilizza i consumi e gli investimenti, e àncora le aspettative di crescita. Molti in questi anni hanno lanciato un “allarme recessione”: sbagliando. Solo un grande shock può squilibrare questa economia globale. Difficile da immaginare? Non più. Il nuovo coronavirus è il cigno nero che non aspettavamo. I governi e le borse ne sottovalutano l’impatto sull’economia.

Del virus si sa che è meno letale di altri: il tasso di mortalità dei contagiati sembra essere pari al 2% (Sars 9.6%). Il contagio è veloce e difficile da contrastare senza vaccini, se è vero che avviene prima che compaiano i sintomi. I vaccini non saranno disponibili prima del 2021. I casi rilevati fino alle ore 16 del 6 febbraio erano 28.344: di questi, 565 sono deceduti, 1382 guariti. Il grosso dei contagi è in Cina (28.085), Giappone (45), Singapore (28), Thailandia (25), Corea (24), Unione Europea (24), Hong-Kong (21), Australia (14), Taiwan (13), Usa (12).

I dati ufficiali sono però sottostimati. In Cina diversi malati non trovano posto negli ospedali e non sono diagnosticati; quanti restano a casa? In Africa non si segnalano casi, nonostante l’intensa presenza cinese: qualche dubbio è lecito. In prospettiva, lo scarso sviluppo dei sistemi sanitari locali potrebbe trasformare il continente africano in un secondo grande incubatore del virus. La buona notizia è che se una parte dei contagi, ma non dei decessi, sfugge alle statistiche, il tasso di mortalità è più basso. D’altra parte, essendo l’epidemia recente, molti decessi devono ancora avvenire: il tasso di mortalità potrebbe salire nei prossimi giorni. Per l’economia conta di più il numero dei contagi, fortemente correlato con le misure di sospensione delle attività economiche. E i dati ufficiali confermano che l’epidemia si sta allargando, in modo lievemente esponenziale: potrebbe essere solo l’inizio.

Se il contagio nel resto del mondo si fermerà, quale impatto economico avrà l’attuale epidemia? L’economia cinese (almeno la parte integrata nell’economia globale) è quasi ferma. Moltissime aziende multinazionali (Ikea, General Motors, Samsung) e locali hanno sospeso le attività produttive, prolungando le vacanze del capodanno cinese fino al 9 febbraio: perciò il governo cinese prevede quest’anno un rallentamento della crescita dal 6,6% al 2,5%.

Al tempo della Sars la Cina rappresentava il 4% dell’economia globale, oggi ne rappresenta il 16%: i grandi modelli econometrici dell’economia globale segnalano che per ogni 1% di crescita cinese che se ne va, la frenata nel resto del mondo è pari a 0,3-0,4%. Ciò implicherebbe una frenata dell’economia globale dal 3,3% all’1,8%. Ma in realtà non è chiaro cosa succederà in Cina a partire da lunedì: la crescita nel 2020 potrebbe facilmente azzerarsi, o peggio. Inoltre, le economie asiatiche sono più integrate che in passato con quella cinese: i ritardi produttivi cinesi stanno già sottraendo alle imprese in altri paesi componenti fondamentali per la produzione: ad esempio, in Corea; emergono le prime evidenze di un effetto domino. Se poi l’epidemia si diffondesse in altri Paesi, il cigno si trasformerebbe in… condor.

Le borse certamente soffriranno nelle prossime settimane/mesi. Qualcuno però sarà beneficato dalla crisi: i giochi on line; le consegne a domicilio di prodotti alimentari; l’e-commerce; alcune aziende farmaceutiche; i titoli di stato dei paesi più solidi; il franco svizzero.

L’economia reale ha due lati: quello dei produttori e quello dei consumatori acquirenti; entrambi i lati soffriranno. Dal lato dei produttori, occorre mettere la popolazione nelle condizioni di continuare l’attività produttiva anche in caso di epidemia, approntando le difese possibili (mascherine, lavoro a domicilio, campagne di informazione e prevenzione). Dal lato dei consumi, per evitare che un eventuale panico provochi un’impennata di risparmio precauzionale e il tracollo della spesa delle famiglie, i governi dovrebbero chiedere alle banche centrali un tempestivo annuncio (che orienti le aspettative) di interventi straordinari (anche di natura para-fiscale) in caso di necessità, a sostegno dell’economia e del welfare. Queste cose si pianificano per tempo: dopo, è tardi.

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Cosa fare per arrestare lo tsunami-coronavirus (senza farsi prendere dal panico)

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Ricordate i video dello tsunami del 2004 girati dai bagnanti in Thailandia? Riprendono scene serene di vita da spiaggia. Un signore legge il giornale; una mamma insegue i bambini; dei ragazzi avanzano nel mare che si è stranamente ritirato; qualcuno commenta stupito le grandi onde spumeggianti che si intravedono al largo. Solo chi sta in alto sul promontorio intuisce il dramma imminente. Finché l’Onda arriva. Il coronavirus mi ricorda quelle immagini.

Le ultime notizie non sono buone. Già il contagio di 620 passeggeri sulla Diamond Princess aveva minato l’idea di un virus poco aggressivo e confinabile in Cina. Come dice Nicasio Mancini, virologo: «Non dobbiamo scherzare con questo virus. La sua “minore gravità” rispetto, per esempio, alla Sars è un’arma a doppio taglio: meno rischio di morte per il singolo, ma, allo stesso tempo, maggior rischio di trasmissione”. Ieri poi sono arrivate tutte insieme le notizie dalla Corea (casi accertati o sospetti: oltre 600), dal Giappone (87) dall’Iran (il virus è in “diverse città”), dall’Italia. È la prima onda. L’OMS è sul punto di dichiarare la “pandemia globale”.

Uno tsunami comporta alcune conseguenze inevitabili, e altre che possono essere prevenute. A Codogno il “paziente 1” si era presentato all’ospedale parecchi giorni fa: gli diagnosticarono una semplice influenza. Così lui è tornato a casa, ha infettato tanta gente (compresi medici e infermieri dell’ospedale), e ora in tanti rischiano la vita. Cos’ha sbagliato l’ospedale? (a) Non ha fatto i test del coronavirus; (b) non ha previsto particolari protezioni per i suoi operatori sanitari. Ciò, nonostante già sapessimo del virus, e che in Cina medici e infermieri sono morti a decine. Perché queste omissioni? L’onda sembrava lontana. Condanniamo chi ha sbagliato? Per carità. L’ultima cosa da fare è fare polemiche adesso. Ci sarà tempo dopo (per chi ci sarà). Interroghiamoci piuttosto sull’origine degli errori, per correggerli in fretta.

La latente pressione politica contro l’“allarmismo” ha contribuito alla sottovalutazione del rischio in quel di Codogno? Credo di sì. Anche il mio post precedente: diceva tutto, ma in modo leggermente implicito. Ad esempio, non ho scritto: “Vendete le vostre azioni subito, prima che i ribassi comincino!” (come avrei voluto), ma: “A mio avviso le borse stanno sottovalutando il problema…”. Dopodiché io, ho venduto; i miei lettori, non so… . Tutto l’articolo aveva una prudenza autoimposta.

E ora che facciamo? Man mano che l’epidemia si diffonderà, la gente correrà ai monti, a comprare mascherine, biciclette per evitare gli autobus. I giornali si riempiranno di consigli. I medici e i paramedici lavoreranno e rischieranno sempre più, in un sistema sanitario nazionale – già fiore all’occhiello del nostro welfare, che ha subito 37 miliardi di tagli negli ultimi 10 anni – stressato al limite della rottura. Fin qui il fai-da-te.

Ma oltre all’italica arte di arrangiarsi, sarebbe utile un coordinamento (politico) forte. Il Governo, cioè il Ministro della Salute – cognomen omen – si è finora mosso bene. Ha istituito una Commissione di esperti che lo supporta, messo in rete le Regioni, chiuso i voli dalla Cina, concentrato le risorse sui controlli della temperatura dei passeggeri in arrivo (non è inutile) e sulla individuazione rapida dei contatti avuti dalle persone contagiate. Per guadagnare tempo prezioso (aspettando il vaccino). Ma ora dobbiamo prepararci ad affrontare un impatto su larga scala. Se poi non verrà, meglio.

Facciamo un’ipotesi pessimista, 50.000 ricoveri per il coronavirus in Italia: non impossibile. Per affrontare questo scenario, bisognerebbe stanziare subito risorse finanziarie, e programmare, a titolo di esempio: 7000 nuovi ventilatori, milioni di cannule e maschere per l’ossigenoterapia; integrazioni temporanee di personale paramedico supplente (a fronte del probabile aumento dei carichi di lavoro e delle assenze per malattia); protezioni integrali per il personale ospedaliero; posti letto supplementari (in Cina hanno usato di tutto: scuole, palestre); coinvolgimento ordinato dei volontari (anche solo per preparare il tè caldo del mattino nelle palestre, per dire; o per visitare in modo programmato i confinati a casa; ecc.); formazione e training per medici, paramedici, riserve, volontari; distribuzione (anche a pagamento) alla popolazione di mascherine efficaci; campagne di informazione; diffusione di profilassi antivirali, di kit per i test nelle farmacie; chiusura dei luoghi pubblici; indicazioni per chi vuole viaggiare; autodenuncia (moduli) on line dei contatti avuti dai nuovi malati nei giorni di incubazione.

Questi investimenti/iniziative possono essere programmati, e realizzati gradualmente, in funzione del reale sviluppo epidemiologico. Ma non basta dire: “C’è un piano”; la gente ha diritto di conoscerlo nei dettagli, di essere coinvolta. Né può essere tutto demandato alle Regioni: che hanno strutture e finanze diverse, che devono scambiarsi le best practices senza dover ogni volta reinventare l’acqua calda, ecc. Il panico poi è pericolosissimo: paralizza il coordinamento, e moltiplica i danni collaterali economici, politici, sociali. Per prevenirlo, la prudenza comunicativa dei governi non deve impedire un’informazione franca. Inoltre il Governo deve prepararsi a bilanciare le esigenze della prevenzione (quarantena, isolamento, raccolta di informazioni, test medici (vaccini) obbligatori, limiti agli spostamenti, respingimento degli immigrati clandestini, ecc.) con quelle della democrazia e dei diritti individuali.

L’economia in particolare corre rischi elevati, se prevarranno gli scenari epidemiologici più gravi, e se prevarrà il panico. In caso di pandemia, saremmo di fronte a una scelta: più vite vorremo salvare, maggiore sarà la paralisi che dovremo infliggere alle attività produttive. (Scelta difficile. Sciocco dire che di fronte al valore della vita l’economia non conta: la salute pubblica e la vita dipendono anche dall’economia. Ospedali, medici, medicine, la ricerca sui vaccini: bisogna pagarli). Per minimizzare questo trade-off, bisogna subito studiare e promuovere nuove forme di lavoro e studio.

Ai problemi produttivi, il panico strisciante aggiungerebbe un’impennata di risparmio (questo provoca il timore del futuro), un crollo delle vendite delle imprese, licenziamenti, e una nuova ondata depressiva. Come nel 2009 e nel 2012. Per l’Italia, già fiaccata dalle suddette crisi, sarebbe un colpo mortale. Ma, senza il doveroso supporto della banca centrale, è difficile evitarlo. È perciò cruciale che il Governo, al massimo livello, presenti in UE proposte fortemente innovative (tipo: distribuzione di contante a fondo perduto ai governi nazionali pro quota, da parte della BCE), studiate da economisti anche giovani ma di alto livello. La recessione è una delle onde dello tsunami; è già possibile vederla all’orizzonte. Non è vero che non ci sarà, come vi dicono oggi, e non è vero che “non poteva essere limitata”, come vi diranno domani. L’Europa questa volta non può nascondersi.

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Coronavirus, l’epidemia va presa sul serio. Evitare che diventi più letale è nostra responsabilità

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Quando si affronta un incendio o un’emergenza, le idee confuse uccidono; le idee chiare salvano.

Emergenza sanitaria

Il coronavirus non è “come l’influenza”! Perché: (1) di per sé, è molto più letale; (2) è più trasmissibile; (3) sul piano clinico per ora non sappiamo combatterlo.

1. Il tasso di letalità (% dei contagiati “rilevati” che muoiono) naturale (in assenza di ricovero qualificato) “rilevato” (dalle statistiche ufficiali) non è lo 0,5%, ma è superiore al 3%, specie nei Paesi dove l’età media è alta. È la terapia intensiva, quando disponibile, che abbassa la letalità sotto l’1%, con grandi sforzi: ascoltate l’intervista su come lo Spallanzani ha lottato per salvare i primi due ricoverati (cinesi). In Iran, finora su 250 malati “rilevati” si contano 26 morti. Ma persino nei paesi ricchi – a fronte di picchi di domanda che in caso di pandemia potrebbero raggiungere lo 0,17% della popolazione – i sistemi sanitari attuali sono in grado di accogliere in terapia intensiva non più dello 0,003% (addizionali, oltre ai già ricoverati per altri motivi) della popolazione locale. Uno su 50… Infine, i virus mutano, spesso in peggio, per una questione di selezione naturale.

2. La trasmissibilità è potenzialmente molto più alta di quella dell’influenza, perché nessuno ha gli anticorpi. Perciò potrebbe essere infettato entro il 2021 fino al 70% dell’umanità. Cioè: 5 miliardi di persone.

3. Il vaccino si spera arriverà fra un anno, ma del doman non v’è certezza.

Unendo i parametri della letalità con quelli della trasmissibilità, nello scenario peggiore (contagi 70%, di cui 3% deceduti) il Covid-19 potrebbe fare 150 milioni di morti. Un’ipotesi più benigna è che i casi di contagio rilevati siano un decimo di quelli reali (John Hopkins CSSE), e tutti i decessi da coronavirus siano rilevati: in tal caso, il vero tasso di letalità sarebbe 10 volte più basso (ma vale anche per l’influenza). Il potenziale di morti nel mondo scenderebbe a 15 milioni: 50 volte più dell’influenza (anche includendo i morti per complicanze da fattori pregressi).

Il messaggio di questo post è che dipende da noi se questi scenari si realizzeranno o meno. Se volete sapere come e perché, e come potete contribuire a salvare delle vite, continuate a leggere.

Esiste un altro parametro cruciale, detto “tasso di riproduzione” (R0), che dipende solo in parte dal virus. R0 indica il numero medio di persone contagiate da ogni individuo infetto. Può sembrare strano – perché siamo solo all’inizio perciò i casi di Covid-19 sono ancora pochi – ma il R0 del Covid-19 pare sia ora 2,6 (R0 influenza: 1,3). Per fermare l’epidemia, R0 deve scendere sotto 1 = ogni malato infetta meno di una persona sana. Come può accadere? Un modo è automatico: più sono i “guariti” con anticorpi, meno probabile è che un malato contagi qualcuno. Questo meccanismo però non basta per evitare una catastrofe globale. Il resto dipende dal virus… e da noi. Se riducessimo le occasioni di contagio, noi daremmo al virus meno occasioni di riprodursi. È quello che stanno facendo, con enorme sforzo, in Cina.

Misure di contrasto

Il governo – come l’opposizione, e tutto il Paese – si è fatto sorprendere da uno tsunami annunciato, le cui asiatiche bave spumeggianti erano ben visibili all’orizzonte già da qualche settimana. Ora è costretto ad improvvisare, a inseguire; è behind the curve. Però non lo sta facendo male. Chi fa sbaglia, è normale. Ma il governo ha fatto bene a mettere in quarantena i comuni con focolai, nonostante costi locali elevati. Anche se non riuscirà a soffocare l’epidemia, ha rallentato la diffusione del virus. Il che è essenziale, per due motivi. (a) Differire nel tempo i ricoveri. (b) Dare altro tempo al sistema paese di prepararsi, e adattarsi; anzitutto il SSN, ma anche a noi. È un caso da manuale: le misure di quarantena suscitano sempre le proteste dei diretti interessati: il governo deve tenere duro ancora per qualche settimana.

Poi i focolai saranno troppi: come prevede l’Oms bisognerà cambiare strategia. Ma il governo può fare tutti i decreti che vuole: alla fine contano i nostri comportamenti. L’economia? Non può fermarsi: i rischi sono enormi (dipende da noi, domani ne scriverò sul Sole 24Ore). Non potendo andare tutti in vacanza, possiamo tagliare il superfluo: riunioni politiche, teatro, feste di compleanno (ho una discussione in famiglia…), usare poco gli autobus, non stringere le mani, non abbracciare senza motivo, pretendere dagli interlocutori una distanza di 2 metri; usare la mascherina se abbiamo sintomi o siamo stati a contatto con un contagiato (il governatore della Lombardia, Fontana, è stato unanimemente deriso, per aver dato il messaggio giusto, indossando una mascherina nelle suddette circostanze. “Non doveva spaventare”. Come se mettere la testa nella sabbia possa evitare il panico… ma andiamo!). Non dico che tutto ciò sia piacevole: è la nostra occasione per abbassare R0, e salvare qualcuno.

Il coronavirus non è un complotto degli americani, non è una montatura mediatica. Prendere sul serio la pandemia non è allarmismo, non è cedere al panico, non è stupido. È un dovere e una responsabilità che abbiamo verso tutti, verso i nostri cari, verso noi stessi.

Non danzate sul Titanic!

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Coronavirus, finalmente il governo batte un colpo

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Era ora! Il governo batte un colpo: appoggio totalmente le misure annunciate. C’è solo da chiedersi perché hanno aspettato finora. Nel Decreto del governo emergono due linee strategiche.

1. Primo, le nuove regole valgono per tutta l’Italia. Finalmente si riconosce che l’intero Paese, non tre regioni, è a rischio epidemiologico. Un rischio grave e imminente: il massimo dei contagi avverrà da adesso alla fine di aprile.

Nel grafico, la linea colorata rappresenta il numero totale di casi di Covid-19 fuori dalla Cina dal 20 gennaio al 2 marzo. Interpolando i dati con la funzione logaritmica indicata, e proiettando la funzione nel futuro, si prevedono, al 31 marzo, 670mila casi (di cui 47.000 già guariti o deceduti); e al 15 aprile, 6,3 milioni. Naturalmente, si possono fare moltissime ipotesi per modificare queste proiezioni; tuttavia, la funzione di interpolazione che utilizzo prudentemente sottostima la rapidità della diffusione futura del contagio; nel grafico, infatti, la linea nera a destra è sotto la linea colorata.

Fine marzo è anche il momento in cui – estrapolando l’andamento attuale – l’Italia potrebbe superare la soglia dei 55mila casi, di cui 5.500 gravi e bisognosi di terapia intensiva e ventilatore polmonare. Per far fronte, il Ssn dispone, in proprio o presso strutture private convenzionate, di poco più di 5000 posti di terapia intensiva, e di circa 600 ventilatori, peraltro già parzialmente occupati da altri malati. Quello è il periodo in cui potrebbe iniziare la crisi umanitaria (il picco potrebbe essere nella seconda metà di aprile).

Ne sarà protagonista chi s’infetta da questa settimana. Per questo il governo dovrebbe varare subito il suo Decreto, ma la gente dovrebbe anticipare il governo, e andare ben oltre le indicazioni ufficiali. Bisogna riuscire a piegare quella maledetta curva.

2. Secondo, i provvedimenti del governo sono selettivi. Ovvero: si riconosce che la salute dei cittadini ha la priorità, ma anche che l’economia è la seconda priorità. Perciò l’onere dei provvedimenti si concentra sulle attività culturali e ricreative, o comunque non essenziali per la produzione, perché hanno la maggiore concentrazione di rischio epidemico in rapporto al valore aggiunto. I virus non si fermeranno, ma rinviare e abbassare il picco di malati è cruciale.

Viceversa, – tra polemiche contro “l’allarmismo” e paragoni con l’influenza – il Paese è tuttora impreparato ad affrontare la crisi. Anche mentalmente. Non posso credere, ad esempio, che la Scala di Milano abbia deciso di chiudere solo fino all’11 marzo, solo perché un cantante ha il coronavirus: e gli spettatori? E il calcio: domenica voleva giocare. Non posso credere che si organizzino ancora feste, conviti, congressi. Non posso credere che medici e infermieri negli ospedali lavorino senza protezioni; che il Ssn solo da pochi giorni abbia cominciato a pensare che deve acquistare mascherine (che non si trovano più).

Non posso credere che il governo non abbia ancora varato un Piano di rafforzamento urgente del Ssn (tra le varie, servono kit per decentrare i test dei tamponi). Non posso credere che Conte, così presenzialista in tv, non si sia ancora rivolto ai cittadini in modo solenne, invitandoli tra l’altro a uscire di casa il meno possibile: spero lo faccia, stasera. In Corea il governo dice: “siamo in guerra”: allarmisti. Ma chiari: la Cina ha dimostrato che il virus si batte solo con una reazione unitaria e molto aggressiva.

Non posso credere che il ministro dell’Economia non abbia ancora chiesto all’Europa una grande iniziativa europea in difesa dell’economia della zona euro. Non posso credere che Christine Lagarde la settimana scorsa abbia dichiarato che la Banca centrale europea non può contribuire, perché il problema non riguarda l’inflazione (oggi la Bce si è, leggermente, corretta).

In Italia, le priorità del bilancio pubblico sono: il Ssn; il sostegno ai consumi (tramite investimenti e consumi pubblici; sicurezza dei posti di lavoro; indennità di disoccupazione; lotta alla povertà); la sanità nelle carceri. Gli interventi si possono finanziare a debito, ma anche tramite un utilizzo più mirato dei fondi pubblici. In emergenza tutto si può fare: anche far saltare Quota 100. Ci vuole solo un po’ di coraggio politico.

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Coronavirus, quanti ritardi della politica! Ecco i possibili scenari da qui a fine marzo

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Contenimento della pandemia8 Febbraio: “I governi stanno sottovalutando il coronavirus… l’epidemia [è] esponenziale… [occorrono] interventi straordinari… si pianifichino per tempo: dopo è tardi” (dal mio blog). 15 Febbraio: “La Cina sta guadagnando tempo per il mondo… Gli altri Paesi dovrebbe prepararsi” (OMS). Molti virologi lanciano avvertimenti. Ma il governo italiano – bloccati i voli dalla Cina e dichiarato lo Stato di Emergenza (31/1) – nelle prime tre settimane di Febbraio non fa quasi nulla per (prepararsi a) limitare un eventuale contagio interno. Il caso Codogno (21/2) coglie il governo di sorpresa. Il 22/2 chiedo: “Subito… chiusura dei luoghi pubblici” in tutta Italia, “campagne di informazione… distribuzione di mascherine; profilassi antivirali… kit per i test… nelle farmacie…”. Ma il decreto del 23/2 (11 comuni in quarantena) consente al virus di moltiplicarsi indisturbato fuori dalle zone rosse. Il governo si ispira “al criterio di proporzionalità delle misure messe in campo”. Proporzionalità… con i casi rilevati, in ritardo di 12-25 giorni sui contagi. Così il governo rimane sempre behind the curve. La popolazione resta in balia dei media (esempio: ridicolizzano le mascherine, che sono invece un efficace strumento a basso costo di contenimento epidemico) fino al 6/7 marzo, quando il premier abbozza un mezzo discorso a reti unificate. Solo dopo il Decreto “Io resto a casa” (10/3) in tv compaiono i primi spot di orientamento.

Terapie e cure – “Non prepararsi all’arrivo del Covid-19 potrebbe essere un errore fatale” (OMS 27/2). Il 22/2 chiedo l’acquisto urgente di “7000 ventilatori polmonari (VP), milioni di cannule e maschere per l’ossigenoterapia … assunzioni di personale paramedico supplente… protezioni integrali per il personale ospedaliero; posti letto … coinvolgimento ordinato dei volontari … formazione …”. Il 25/2 descrivo questo scenario: ‘a bocce ferme’ “in Italia vi sarebbero 24 milioni di casi, e un fabbisogno di 2.880.000 ricoveri totali, di cui 1.200.000 in terapia intensiva… è possibile un picco di domanda prolungato superiore a 240.000 ricoveri, di cui 100.000 in terapia intensiva… È del tutto evidente che il SSN non ha la possibilità di far fronte all’epidemia… Occorre potenziarlo subito”. Ma il governo non si muove fino al 6/3, e stanzia le somme necessarie solo l’11/3, avvia l’arruolamento di nuovi medici e infermieri 14/3. Ora si procede a ritmi serrati, ma – spiega la dott.sa Petrini, Presidente Società Italiana di Rianimazione e Terapia Intensiva – “Il governo ha intenzione di aumentare i letti nelle terapie intensive del 50% rispetto ai 5.100 disponibili adesso?! Si può fare, ma ci sono dei tempi tecnici da rispettare. Vanno preparati i locali, i letti di terapia intensiva non si possono mettere ovunque, perché hanno bisogno di tecnologie che non si trovano in tutte le stanze di ospedale, ecc.”

Non è facile capire le ragioni di questa sottovalutazione. La progressione geometrica della pandemia ha illuso? (Come il faraone nella leggenda della scacchiera e dei chicchi di grano?) Gli interessi economici hanno frenato? Ha giocato la superficialità che dilaga in Tv? Ma la realtà sta venendo a galla. Mi dispiace, è molto dura. La linea blu nel grafico mostra i casi di Covid-19 finora rilevati in Italia (asse verticale). L’asse orizzontale indica i giorni: al 13/3 registra 17.660 contagi cumulati. La pandemia segue per ora la funzione esponenziale (linea rossa), che proiettata nel futuro “prevede” per il 25 marzo 200.000 contagi, di cui, ai parametri attuali, 25.000 guariti, 13.400 deceduti (nell’ipotesi irreale che tutti i casi gravi trovino posto in terapie intensive con VP), con 2.400 decessi al giorno e 9.000 richieste di terapia intensiva.

Speriamo che il nuovo atteggiamento della popolazione emerso fra il 6/3 e il 10/3 abbassi la curva. Come nel Grafico 2, dove, dopo il 13/3, la linea rossa e la linea blu descrivono due possibili scenari. La linea rossa è la stessa di sopra: descrive il trend attuale. La linea blu (f. logistica) presenta un secondo scenario, che speriamo accada dopo il 20 marzo, nel quale la linea celeste (asse di destra) stima il bisogno di posti in TI: 6.700 al 25/3, e 10.200 al 1/4. Poiché le TI+VP in Italia a inizio del mese erano circa 670, c’è ora una corsa contro il tempo nel SSN per approntare nuove postazioni di TI, reperire sul mercato i VP, ecc. Attualmente, le postazioni funzionanti potrebbero essere < 850-900. Non credo sia necessario spiegare le implicazioni.

Potrebbe andare meglio? Assolutamente sì. Il Grafico 3 è il mio scenario migliore: più di così non riesco a essere ottimista. La pandemia quasi finisce verso il 6 aprile (la curva blu dei casi totali cumulati, asse di sinistra, si appiattisce). Lo stress sul Ssn è in ogni caso fortissimo, con la curva della domanda di TI+VP (pallini rossi, asse di destra) che raggiunge un picco il 27/3 di non meno di 5818 fabbisogni (non ci sono perciò i morti, linea rossa asse di destra, sono sottostimati). Il governo spera nella buona sorte, e insegue l’emergenza. Comunque vada, ci sarà (Coord. TI Lombardia) una “disastrosa calamità sanitaria”.

Evidenziare i limiti dell’azione di governo in questo momento non è facile, e comporta dei rischi di cui mi rendo ben conto. Il primo: che la sfiducia generi indisciplina; sarebbe un errore. Il secondo: che qualcuno strumentalizzi a fini di lotta politica. Ma l’opposizione non si è dimostrata migliore: ha detto tutto e il contrario. C’è però anche un terzo rischio: che chi ha a lungo sottovalutato il Covid-19, sia indotto per ciò stesso a minimizzare gli errori del governo. Bisogna invece prendere atto della realtà e correggere la rotta. La conclusione giusta qual è? Che purtroppo la nostra classe politica non è adeguata a governare la crisi in atto: che è solo all’inizio. Voi attraversereste una palude infestata da coccodrilli guidati da un dilettante? O non prendereste una guida professionista?

Corollario N.1. – Senza sconvolgere delicati equilibri politici, l’esperienza di queste prime settimane dimostra che, serenamente e pacatamente, sarebbe opportuno cambiare in corsa qualche ministro “politico”, per alzare la qualità dell’azione di governo: chiamato nei prossimi mesi / settimane ad affrontare sfide immani. Un passo indietro spontaneo, nello spirito di: “Ubi maior, minor cessat” sarebbe ideale.

Corollario N.2 – Le “alte competenze” nei governi sono preziose sempre. E dunque: appena possibile, eliminiamo il conflitto di interessi dei membri di assemblee elettive che nominano se stessi nei ruoli esecutivi. Torniamo a Montesquieu e ai Girondini: separiamo i controllati (governo, assessori) dai controllori (Parlamento, consigli regionali); immettiamo (in Costituzione) il principio della competenza specifica dei Ministri, con il controllo del Capo dello Stato. Dobbiamo uscire da questa crisi con idee nuove sulle quali ricostruire.

In bocca al lupo, gente! E ricordatevi: la vita è bella.

P.S. Aggiungo, a mo’ di vaccino, un breviario di luoghi comuni della retorica nazional-popolare (non ci cascate).

  • “Siamo i primi i Europa ad adottare provvedimenti drastici!” Sì, perché siamo i primi colpiti.
  • Lo straordinario impegno del personale sanitario. Reso necessario dall’impreparazione politica.
  • Siamo in un territorio inesplorato, dobbiamo improvvisare tutto!” Non è così. Bisognava guardare la Cina, poi la Corea, ascoltare l’OMS, seguirne i protocolli, prepararsi. E gli effetti economici delle pandemie, sono molto studiati (ad es. qui, qui, e qui).
  • Il succedersi confuso dei decreti, (la “gradualità”) delle misure governative sarebbe voluta, “per dare a tutti la possibilità di adattarsi, di capire” ha detto Conte il 12/3. Come dire: abbiamo ritardato l’opera di prevenzione per evitare l’impopolarità”.
  • Noi facciamo quel che la Scienza ci suggerisce”. Ammesso e non concesso, la politica ribadisce pro domo sua che non c’è bisogno di Ministri competenti, già si avvalgono di esperti. La verità è un Ministro non all’altezza dei suoi consiglieri prenderà decisioni di modesta qualità.

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Coronavirus: per quanto impressionanti, gli ultimi dati sono in linea con le attese

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Il 14 marzo ho pubblicato su questo blog alcuni possibili scenari della pandemia per il mese di marzo in Italia. Fino a che punto erano corretti? Vediamo. Il Grafico 1 presenta innanzitutto le proiezioni del mio scenario “ottimista” (OT) del 14 febbraio, che tiene conto del progressivo social distancing in atto (v. le linee tratteggiate fino al 31 marzo). Presenta inoltre gli sviluppi reali (R) registrati fra il 14 e il 22 marzo (le linee continue che si arrestano al 22).

Cominciando dal numero dei casi di contagio totali registrati (linea blu tratteggiata, asse di sinistra), l’andamento è per ora migliore delle attese. La proiezione infatti stimava al 22 marzo 82.344 casi; il numero reale (linea blu continua) è stato 59.138. Passando ora all’asse di destra, le linee rosse rappresentano i decessi. Qui la forbice si riduce: la proiezione (tratteggiata) stimava 6.174 il 22/3; i dati ufficiali (R Morti) indicano 5.476 decessi. Infine, le linee fucsia indicano le terapie intensive (T.I.): il bisogno era stimato a 4.194; i ricoveri reali in T.I. sono 3009.

Come interpretare questi dati? Premetto che ci sono moltissime forze in gioco, e una non esclude necessariamente l’altra. Inoltre i dati medi italiani celano situazioni diverse: ci sono focolai in pieno sviluppo, altri che procedono lentamente, ecc. Infine, non ho nessuna difficoltà a dire che il mio modello è molto primitivo. Ciò detto, credo che i “casi rilevati” negli ultimi giorni risentano dello stress crescente del SSN, e che pertanto il trend della proiezione (oltre ovviamente al livello) sia forse più realistico di quello dei dati (R) cosiddetti “reali”. Ora spiego perché.

Un secondo grafico evidenzia quanto sta accadendo al SSN. La linea rossa crescente indica la % dei Decessi/Casi Totali (asse di sinistra). Essa passa dal 6,6% al 9,3% fra l’11 marzo e il 22 marzo. Perché “si muore di più”? Un motivo è che siamo all’inizio della pandemia: chi si ammala “ci mette un po’” a guarire o a morire (infatti la percentuale dei guariti sui casi totali passa nello stesso periodo da 8,4% a 11,9%, e il rapporto decessi/guariti dopo l’11 marzo, a credere ai dati, è abbastanza stabile). Un’altra possibilità è che lo stress del SSN – evidenziato dalle due linee discendenti – comincia ad incidere sul tasso di letalità.

La linea verde è il primo indicatore di stress. Essa rivela un progressivo crollo della percentuale di malati che vanno in terapia intensiva: dal 10,3% del 10 marzo al 6,5% del 22 marzo (asse di sinistra). Il virus sta diventando meno cattivo? Più probabilmente, la carenza di ventilatori polmonari non consente al SSN di mettere in T.I. una quota crescente dei malati gravi. Ciò, nonostante i ricoveri in T.I. siano saliti da 1.328 a 3.009: indice della corsa contro il tempo in atto, dello sforzo enorme degli ospedali per approntare o liberare nuovi posti di T.I. Questo sforzo tuttavia non sembra tenere il passo con la pandemia. Da qui la crescente letalità del virus?

La linea gialla indica il rapporto fra malati ricoverati in ospedale e malati in isolamento domiciliare (asse di destra). Il 12 marzo i ricoveri in ospedale erano 6.650 mentre a casa c’erano 5.036 malati (un rapporto di 1,3). Questo rapporto oscilla poi fra 1,1 e 1,2 fino al 18 marzo, poi crolla a 0,8: il 22 marzo i ricoverati sono 19.846, ma i malati in isolamento domiciliare 23.783. Una possibile spiegazione è che anche i semplici posti letto in ospedale siano sempre meno disponibili, e/o i tempi di ricovero si siano allungati (tamponi fatti con ritardi crescenti, ambulanze sovraccariche, ecc.). Le linee gialla e verde potrebbero spiegare in parte la crescente letalità (linea rossa).

Se tale interpretazione è corretta, è anche possibile che molti nuovi casi di contagio non vengano ormai neppure segnalati, o segnalati in ritardo (*). Ciò spiegherebbe perché nel primo Grafico la linea blu (R Casi “rilevati”) si abbassi dopo il 15 marzo rispetto alla proiezione tratteggiata. Naturalmente è anche possibile che le proiezioni del 13 marzo siano sovrastimate.

Alla luce dei dati emersi fra il 14 e il 22 marzo, le prospettive di breve termine, pur in mezzo a tanta incertezza, restano a mio avviso quelle indicate dal modello OT del 13 marzo, se non anche migliori. Esso prevedeva e ancora prevede un picco dei nuovi contagi il 25 marzo, e un picco/plateau di malati (fra ricoverati e in isolamento domiciliare circa 86.000, o 66.000 persone con i criteri di raccolta dei dati attuali) fra il 27 e il 31 marzo. La domanda nozionale (= implicita in base ai criteri di ricovero pre-13/3) di T.I. continuerà ad impennarsi violentemente nei prossimi 4 giorni. (Se non soddisfatta potrebbe provocare un nuovo aumento dei decessi da qui a fine mese). Il picco di domanda delle T.I. è atteso per il 26 marzo (con 5.324 domande nozionali), seguito da un lento declino. La domanda e l’offerta di posti di T.I. dovrebbero tornare in faticoso equilibrio a partire dal 2 aprile, grazie anche al continuo aumento dell’offerta (la corsa contro il tempo di cui sopra, gli aiuti internazionali, ecc.). Il picco al Nord dovrebbe arrivare un giorno prima, compensato da una crescita al centro-Sud.

Il punto critico che emerge dall’analisi dei dati è la tenuta del SSN. Che (secondo i protocolli dell’OMS) in caso di pandemia è il primo a dover essere protetto, e che invece, ancora oggi, ha bisogno urgente di mascherine, guanti, protezioni, e di frequenti test Covid-19: senza i quali gli ospedali stanno diventando un centro di infezione. Inoltre, il SSN molto spesso non arriva ancora ad aiutare i malati che stanno a casa: da qui, tramite coloro che li assistono o che convivono, il virus rischia di propagarsi al di fuori. Il terzo punto di contagio ancora parzialmente scoperto sono i trasporti pubblici urbani: occorre autorizzare e incentivare l’uso di automobili, motorini, biciclette per recarsi al lavoro, e introdurre l’obbligo di mascherina sugli autobus.

In conclusione, i dati degli ultimi giorni, per quanto impressionanti, sono in linea con le attese: non giustificano nuove “strette” generali dopo quelle decise finora; né smentiscono la scommessa del governo iniziata il 10 marzo con le prime misure stringenti (Decreto “Io resto a casa”). Certo lo stress sul SSN è terrificante. Un medico è morto l’altro giorno (e sono 17!): nella sua ultima intervista spiegava di essere costretto a lavorare senza guanti perché erano finiti. Stiamo pagando duramente la superficialità, la sottovalutazione, e il tempo perso fino al 10 marzo. Il 4 marzo disperatamente scrivevo: “Non posso credere che il governo non abbia ancora varato un Piano di rafforzamento urgente del SSN… Non posso credere che Conte… non si sia ancora rivolto ai cittadini in modo solenne, invitandoli tra l’altro a uscire di casa il meno possibile… la Cina ha dimostrato che il virus si batte solo con una reazione unitaria molto aggressiva”. Questa reazione ora finalmente c’è stata: dobbiamo solo resistere ancora qualche giorno. La notte è più buia prima dell’alba. Il giorno dopo non saranno rose e fiori. Ma ne parliamo un’altra volta.

(*) Mi rendo conto che fin dall’inizio i contagi non rilevati sono stati probabilmente molti di più di quelli rilevati (da qui anche l’alta letalità), e che questa non sia una novità. Ma qui m’interessa il trend: capire se, e perché, la quota di casi “non rilevati” stia aumentando.

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Gli eurobond sono la soluzione? No, e neanche il Mes. Piuttosto, il governo pensi ad investire prima di riaprire

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Il tonfo dell’occupazione negli Stati Uniti in marzo implica un aumento del tasso di disoccupazione dal 3,5% al 12% e rivela un crollo inconcepibile dell’economia globale. C’è il rischio che esso degeneri in una cascata di crisi diverse: finanziaria, sociale, migratoria, politica, ecc. Il Covid-19 sta lanciando all’umanità una sfida di sistema: dipende da noi. Occorrono nervi saldi e lucidità.

I governi hanno di fronte scelte difficili: prima fra tutte quella fra salute ed economia. Si son visti bene in Lombardia le conseguenze della scelta errata, a fine febbraio, di dare priorità all’economia. “Riapriamo tutto quello che c’è da riaprire” (Salvini), “Milanonsiferma” (Sala), «Le parole di Sala sono giuste e condivisibili. Riaprire…!» (Franceschini), “Non perdiamo le nostre abitudini… usciamo a bere… a mangiare…” (Zingaretti). Anche i leader più cauti hanno mostrato di non avere le idee chiare: “Se il coronavirus è un pericolo grave, la risposta deve essere ferma, seria, coerente. Se il coronavirus è una influenza importante, allora bastano semplici misure di contenimento” (Meloni). Politici, giornalisti, anchormen, tuttologi, dopo aver criticato “l’allarmismo”, attaccano ora “il senno di poi”, spiegano che “Siamo in un terreno inesplorato” (Scanzi), “Normale avanzare a tentoni” (Carofiglio), “Non è il momento di criticare” (Mentana 3/4/20), “Non avremmo mai pensato… di questi tempi, di vedere … file … di bare di nostri concittadini” (Conte). L’Italia non è esattamente un Paese meritocratico: se vuole salvarsi deve capire che i fenomeni in corso sono già (stati) studiati; i governi non devono decidere al buio.

Epidemiologi ed economisti hanno sempre insistito che il trade-off fra salute ed economia è, nel breve termine, una falsa alternativa: non c’è ripresa economica possibile finché l’epidemia imperversa. Alla base di questo punto di vista ci sono teorie, modelli, e analisi empiriche. Per esempio, all’inizio della pandemia “spagnola” del 1918, negli Usa, St. Louis e New York ordinarono tempestivamente il social distancing, mentre Buffalo e New Haven diedero priorità all’economia: alla fine ne uscirono molto peggio anche economicamente. Un secolo dopo, possiamo permetterci di sospendere l’attività economica per 2-3 mesi, per salvare centinaia di migliaia di vite umane, anche perché poi la ripresa sarà più rapida. Azzerare (quasi) i contagi è una condizione necessaria per tenere poi a bada il virus mentre lavoriamo. Il crollo temporaneo della produzione non deve preoccupare; è il segnale che la quarantena funziona. Il conto da pagare sarà alto, ed anche su questo punto è cruciale, per le sorti dell’Italia, che il governo abbia le idee chiare.

Quali sono, dunque, le priorità della politica economica? Per sostenere sia l’offerta che la domanda, la priorità numero 1 è rafforzare, prima della riapertura, il servizio sanitario nazionale: non solo la capacità di cura, ma soprattutto quella di soffocare i ritorni del virus. La “spagnola”, per esempio, colpì in tre grandi ondate, e la prima non fu la più letale. Oggi, diversi paesi asiatici (Singapore, Corea, Giappone) sono già alle prese con la seconda e la terza ondata. In Italia, i diversi sviluppi epidemici in Lombardia e Veneto hanno mostrato la superiorità di strategie basate su un ampio uso dei test per individuare e isolare i positivi asintomatici.

Dopo la “riapertura”, per mantenere il parametro R0 (numero dei contagiati da ogni persona infetta) sotto la soglia critica (< 1), dovremmo sottoporre a test ogni giorno almeno il 3-4% della popolazione (in funzione del grado di abbattimento della pandemia). Ciò significa effettuare 2.000.000 test al giorno, rilevando sia i contagi sia chi è immune (a fronte degli oltre 50.000 tamponi effettuati l’8/4/2020). Non siamo ancora in grado di fare tanti test; ma possiamo investire su questo e riuscirci in 45 giorni. Se ogni test costasse 20 euro, la spesa annuale sarebbe di 15,3 miliardi (0,9% del Pil); e i costi stanno scendendo, mentre precisione, rapidità, e facilità d’uso salgono.

I test devono essere mirati su chi ha maggiori probabilità di essere infetto e di infettare: il personale sanitario (ogni 2 giorni), i contatti degli infetti, i lavoratori essenziali, chi sta per tornare al lavoro, i gruppi a rischio, le zone più infette, chi ha sintomi lievi, chi chiede un test. Si potrebbe creare un sito dove ciascuno descrive la sua situazione e riceve un numero di priorità. Lo scopo dei tamponi è isolare molto velocemente e rigorosamente i positivi asintomatici individuati: investendo nella sanità on-line, a domicilio, usando le scuole come ricoveri di isolamento collettivo.

Altri modi per abbassare R(0) sono l’uso generalizzato delle mascherine (ed altre barriere), il telelavoro, il social distancing volontario (promosso da spot TV), incentivato, o parzialmente coatto: alcune attività (ristoranti, piscine, palestre, spiagge) potrebbero essere riservate a chi ha un test (negativo) nelle ultime 52 ore: creerebbe una turnazione delle uscite; e incentiverebbe la domanda di test, che lo Stato potrebbe far pagare 1-10 eu. (in base all’ISEE), recuperando 2 Mld. L’obiettivo è sostituire la chiusura generale con quarantene selettive. Oneroso? Dare i soldi alle imprese è sicuramente più popolare, ma ogni mese in più di #iorestoacasa costa 52 mld.

La seconda priorità è dal lato della domanda: sono gli indigenti. In Poverty and Famines (1981), Amartya Sen dimostra che la causa principale di morte in una carestia non è l’assenza di cibo, bensì la sua distribuzione iniqua, causata dalle forti diseguaglianze e dagli accaparramenti. Per fortuna il volontariato da noi si sta facendo carico del problema. E nelle nostre città non è raro incontrare buste di plastica appese, o scatoloni, con un cartello: “Chi ha metta chi non ha prenda”. Lo Stato, da parte sua, deve rifinanziare i servizi sociali dei Comuni (costo: 5 mld).

La terza priorità è tutto il lato dell’offerta. Le banche centrali e i governi stanno cercando di evitare i fallimenti delle imprese. Le prime “iniettano liquidità” nel sistema bancario. I secondi incentivano le banche – con enormi garanzie pubbliche ‘fuori bilancio’ – a prestare la suddetta liquidità alle imprese, per pagare i costi fissi (bollette, mutui, affitti) in attesa della ripresa del flusso dei ricavi. Ma offrire liquidità è un invito a indebitarsi: e c’è un limite alla capacità di onorare i debiti. Perciò molti preferiscono chiudere, intimoriti anche dall’incertezza sul futuro andamento e struttura dei consumi. I governi perciò aggiungono dei trasferimenti a fondo perduto. È sufficiente? Non del tutto. Per esempio, una gelateria in Italia riceverà 600 euro per ogni mese di #iorestoacasa, a fronte di un affitto di 1.800 eu, e altri costi fissi (bolletta elettrica, commercialista, ecc.) per 500 eu.; durante la quarantena dovrà usare i risparmi. A differenza di un bar, potrà almeno tentare di consegnare a domicilio i suoi prodotti, grazie a app quali Glovo o Just-eat.

La quarta priorità, nel momento della “riapertura”, sarà stimolare la domanda aggregata. È probabile che la gente riduca gli acquisti fino al 20% rispetto al periodo pre-crisi: è quanto sta accadendo in Cina. Ciò lascerebbe nuovamente alle imprese ricavi insufficienti, provocando un’ondata di fallimenti. Come sostenere i consumi? Con una credibile lotta alla pandemia, alla povertà, con l’occupazione generata da investimenti pubblici, con acquisti diretti sul mercato di prodotti italiani.

Il costo delle prime tre priorità sarà dell’ordine dei 120 mld. Il costo della quarta priorità dipende dalle aspettative, cioè da come si fanno le cose. Come finanziare il tutto? Gli euro-bonds sono una soluzione? Appunto: no! Come il Mes, ci accompagnerebbero nel baratro (lo spiego altrove).

Il governo ha sbagliato una volta, quando ha sottovalutato la pandemia. Ha sbagliato una seconda volta, non assicurando sui mercati finanziari le entrate fiscali. Sta sbagliando una terza volta, proponendo in Ue una falsa soluzione. Siamo sicuri che, mentre siamo chiusi in casa, non stia sbagliando una quarta volta, non facendo gli investimenti necessari (priorità n.1) per una ripartenza sostenibile? Dicono: stiamo lavorando a un Piano: ma il Paese ha il diritto di sapere adesso. Perché il tempo della programmazione è scaduto, ora è tempo di implementare. Dicono: non è il momento di criticare, “poi” ci assumeremo le nostre responsabilità. Rispettosamente dissento: “dopo è tardi”. L’Italia è stata gravemente ferita dai primi due errori. Può ancora risollevarsi, ma solo se il governo non farà altri errori sistemici. Parliamone ora.

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I soldi ci sono, se sai e se vuoi

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Ai lettori del Fatto devo una risposta. Il post dell’11 aprile, nel quale descrivevo alcuni investimenti necessari nella Fase II (riapertura), lasciava in sospeso la fatidica questione (sollevata da molti nei commenti): dove trovare i soldi? La risposta è uscita il 17/4 sul Sole e su Braveneweurope.

Fa una strana sensazione vedere spagnoli e francesi assumere la difesa dell’Italia in Europa. I primi hanno interessi simili. I secondi si rendono conto che l’Italia – con le regole attuali – non può più sopravvivere nell’euro; e perdere l’Italia genererebbe molti dubbi sull’euro in tutta l’Europa.

Il governo italiano, intanto, discute appassionatamente di quisquilie: Eurobond, MES, ecc. Se qualcuno ha ancora dubbi dopo la lettura del mio pezzo sul Sole, legga Martin Wolf, Financial Times del 21/4: “The ESM seems irrelevant. Its firepower is far too small. So it matters only to the extent that it might trigger the ECB’s Outright Monetary Transactions programme… a common financial instrument (“coronabonds”)… will not happen… It is debt’s costs, not its levels, that determines sustainability”. Tradotto: siamo in mano agli strozzini; la Bce è l’unica banca centrale al mondo che lo consente; e a noi sembra andar bene così.

Il nostro problema di governance economica nasce, credo, da un micidiale mix di parziale incompetenza e ideologia. L’ideologia mette l’euro davanti agli interessi del Paese. Perciò, a livello politico, l’Italia non può chiedere all’Europa il minimo sindacale, che chiede Martin Wolf: una Banca Centrale che faccia il suo mestiere fino in fondo. Anzi!

L’ideologia s’inalbera nella retorica: “dove saremmo senza la Bce?”. Non so dove saremmo: forse, banalmente, dove sono la Polonia, la Svizzera, la Svezia, il Giappone, e gli altri paesi normali? Ma so che in questo modo finiremo legati mani e piedi nelle mani dei creditori. Sia chiaro: non si tratta per noi di uscire dall’euro a tutti i costi ed in qualsiasi modo, aggiungendo disastri a disastri. Si tratta di mettere sul tavolo tutte le opzioni, con la competenza necessaria per gestire in sicurezza i relativi passaggi.

L’improvviso fiorire di affollate, effimere, task-force governative evidenzia il fallimento della PA italiana nella valorizzazione del capitale umano. L’alta competenza strutturata – Policy Unit, nuclei tecnici autonomi – è stata sempre perseguitata, soppressa, e destrutturata. E ora? Meglio tardi che mai? Dopo la débâcle di febbraio/primi di marzo, il governo ha recuperato sull’emergenza sanitaria, affidandosi alla Scienza. Non sarà perfetta, la Scienza, ma sempre meglio dell’approssimazione dei tuttologi.

Resta però il dubbio sui ministri della Salute e dell’Economia, e della loro statura rispetto a una crisi epocale. Loro coordinano gli esperti, loro fanno domande giuste o sbagliate, loro decidono la strategia. Teniamoci stretto Conte, ma gli altri? Dopo il disastro sanitario (in Italia come altrove), l’impostazione negoziale in Europa sta per provocarne un altro di tipo economico (solo in Italia). Già lo so: di questo passo finirò in galera per “allarmismo”.

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Usa-Cina, l’Europa non esiste: esistono solo gli interessi dei singoli Paesi (Germania in testa)

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Alla prova dei fatti Donald Trump sta confermando le previsioni: la sua Presidenza è “una catastrofe planetaria a lento svolgimento, ed improvvise accelerazioni”. Ricevuta da Obama e Yellen un’economia risanata, il Presidente si è affrettato a tagliare le tasse ai ricchi e ad aprire un buco nel bilancio federale. Poi la sua (non) gestione del Covid-19 ha provocato una catastrofe sanitaria, che sta diventando anche economica; con gravi ripercussioni (epidemiche, economiche) sul resto del mondo.

La settimana scorsa ha spiegato che in caso di sconfitta elettorale a novembre, non è detto che accetterà il responso delle urne. Infine, assistiamo con sgomento all’escalation della tensione con la Cina. Enzo Cipolletta, in poche limpide parole, ha evidenziato la pretestuosità in particolare della chiusura del consolato cinese di Houston.

La Cina pone certamente dei problemi al resto del mondo. È una dittatura, il che significa che quando un capo o un gruppo pericoloso prendono il potere, la gente non ha la possibilità di mandarli via (a Hong Kong sanno bene cosa succede a chi cade sotto il dominio cinese). Hanno una agenda dichiaratamente espansionista (Taiwan, isole Senkaku, forte riarmo), il che fa temere che alla prima debolezza dell’Occidente tenterebbero pericolose avventure militari.

E tuttavia, la Cina di oggi non è quella del 1978: tutti i cambiamenti migliori sono stati ispirati dall’Occidente. Bisognerebbe sostenere chi in Cina è a favore di nuove aperture, non attaccare la Cina frontalmente (ma solo a parole…), con l’unico effetto di ricompattarli, al loro interno, e con i russi. Trump sta rafforzando la Cina e isolando gli Usa.

Molti s’interrogano sul possibile ruolo dell’Europa in questa vicenda. L’Europa non esiste: gli interessi comuni sono deboli (la pace, il commercio libero); esistono i singoli Paesi europei. La Germania è il Presidente di turno dell’Ue: i suoi interessi sono economici e continentali, e ci riguardano da vicino. La Germania ha avuto negli ultimi anni più tensioni con gli Usa che con la Cina. Il motivo è uno solo: l’euro e il surplus commerciale.

Com’è noto, il surplus commerciale tedesco è il più grande al mondo: anno dopo anno porta la Germania ad accumulare crediti, e il resto del mondo a indebitarsi. Inoltre, il surplus tedesco deprime occupazione e crescita nel resto del mondo; nell’eurozona provoca una “corsa al ribasso” sui livelli salariali e le tutele, disuguaglianze; deflazione, e aumento del peso dei debiti, anche del debito pubblico italiano.

Per tutte queste ragioni, il surplus tedesco viola platealmente non solo le regole europee, ma prima di tutto l’art.1 e 4 del Fondo Monetario Internazionale, l’accordo multilaterale globale di Bretton Woods del 1945, l’ordine liberale internazionale, instaurato affinché “mai più” si ripetessero le catastrofi del 1914-19 e del 1933-45.

Quanto all’euro, nell’estate 2012 furono Obama e Yellen a tempestare di telefonate Merkel e Draghi, per chiedere il celebre “whatever it takes” che mise fine all’agonia finanziaria italiana e fermò gli spread. Ma il sistema dell’euro è rimasto sostanzialmente lo stesso, tanto che l’Italia in questi anni ha continuato a pagare interessi sul debito pubblico senza confronti nel mondo. Insomma, l’eurozona resta un focolaio di instabilità finanziaria globale.

Questi meccanismi rendono l’Italia una colonia di fatto della Germania (dell’Olanda, dell’Austria, ecc.), ma beneficiano grandemente i Paesi del Nord Europa. Per questo la Germania difende il sistema in tutti i modi. Quando la pandemia Covid-19 è esplosa la Cancelliera tedesca ha subito affermato (23/4/20): “Modificare i trattati dell’Ue … sarebbe un processo lungo e difficile che non potrebbe aiutarci ad affrontare la situazione attuale. Perché ora si tratta di dare un aiuto rapido…”.

Se uno non è ingenuo, capisce subito che avviare una riforma dei Trattati Europei (sull’euro) non impedisce affatto di “dare un aiuto rapido”; e se la Merkel ha sollevato la questione, seppure per negarla, è perché stava per essere rivelato che il Re è nudo, che le regole su cui si fonda l’euro non consentono più all’Italia di salvarsi.

Ma i tedeschi, pur di salvare l’euro, sono disposti a sborsare qualche miliardo e mostrare una faccia buona: all’Italia offrono carità (“solidarietà”), ma non giustizia. E l’Italia si è acconciata.

Il problema della Germania non è l’Italia, che non sa difendersi, ma le possibili periodiche reazioni internazionali (dazi, ecc.) ai problemi che essa crea all’economia americana, e soprattutto all’ordine liberale internazionale. Le tensioni fra Usa e Cina sono utili ai tedeschi perché “distraggono” gli Usa; la Merkel ne approfitta per tessere la tela con Joe Biden: l’Ue stavolta resterà defilata.

Trump accusa i cinesi di spiare? Certo, tutti spiano. Ma le tensioni geopolitiche paiono innescate unicamente per distrarre la piazza dal Covid-19, e provare a risalire nei sondaggi. L’Italia avrebbe interesse a un dialogo serio fra americani, cinesi, e tedeschi, sull’ordine mondiale e le sue regole: senza le quali, comunque vada, abbiamo solo da perdere.

Dovremmo anche noi coltivare i rapporti con Biden, se solo avessimo obiettivi chiari e un governo all’altezza. Un governo, per intenderci, che diversamente da Trump non avesse l’obiettivo di manipolare l’opinione pubblica interna, a fini di consenso elettorale, rinviando i veri problemi ad un futuro sempre più incerto.

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Coronavirus: fra il partito del lockdown e quello del ‘riaprire tutto’, c’è una terza via meno rozza e più efficace

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Diceva Charles Darwin: “Le specie che sopravvivono non sono quelle più forti o più intelligenti, ma quelle che si adattano al cambiamento”. Questa massima si adatta bene al Covid-19: chi, come il Brasile o gli Stati Uniti, non vuole cambiare le proprie abitudini paga un prezzo altissimo.

In Italia, la sottovalutazione iniziale ha causato almeno 13.000 vittime in più del necessario. Il lockdown di marzo-aprile – a quel punto inevitabile – ha pesato non solo sull’economia, ma anche sulla nostra salute mentale, lasciando dietro di sé una profonda insofferenza verso distanziamenti, chiusure, divieti, e altre misure di contenimento del Covid-19. “Non è pensabile il protrarsi di una situazione emergenziale che rischia di erodere i rapporti interpersonali, la vita sociale ed economica e finanche le istituzioni democratiche” (M.D., ordinario di Economia). “Sono alquanto preoccupata per quanto si va prefigurando per la scuola: mascherine sempre dai sei anni in poi, chiusura istituto al primo infetto rilevato, quarantena per l’intero nucleo familiare, eccetera” (L.B., ordinario di Sociologa). La stanchezza alimenta il ribellismo di destra (faccio quel che mi pare, non pago tasse, inquino, faccio abusi edilizi, non accetto divieti), di sinistra (“allarmismo strumentale del governo per controllare l’opinione pubblica”), e grillino (“non si limitino i diritti e la vita dei giovani per le paure della gerontocrazia”).

C’è anche chi minimizza la pericolosità del Covid-19, muovendo da dati inoppugnabili: a parità di “nuovi casi” rilevati, decessi e terapie intensive sono oggi molto meno frequenti che a marzo. Per alcuni, questa è la prova che “il virus è cambiato” e ora “ci sta colonizzando pacificamente”. Altri rilevano che la progressione dei nuovi contagi è più lenta e “non più esponenziale”, o addirittura contestano i dati ufficiali sui nuovi casi (a torto: Belgio, Spagna). Insomma, il Covid sarebbe ora meno contagioso e letale. Ma è davvero così?

Per quanto riguarda i contagi, in Italia la percentuale di positivi al test è cresciuta in Agosto da 0,6% a 2,5%, seguendo ancora un andamento esponenziale, anche se più lento (v. grafico su Repubblica: “Rapporto tra nuovi positivi e tamponi effettuati su persone mai testate prima”). Il famoso e (da Zangrillo) mal pubblicizzato studio del San Raffaele non ha individuato mutazioni che riducono la contagiosità del virus: ha solo mostrato che la carica virale media è scesa dopo il lockdown, non si sa perché. Uno studio internazionale, anzi, ha individuato un nuovo ceppo (G614) più contagioso di prima. È vero che comincia ad esserci una parziale immunità di gregge. Ma sono soprattutto i comportamenti ad essere più prudenti (si pensi all’uso diffuso delle mascherine), più organizzati (si pensi alle protezioni negli ospedali), più consapevoli (si pensi alle RSA); le scuole sono chiuse; d’estate si vive più all’aperto; il basso numero di focolai consente alle Asl di isolare rapidamente gli infetti. Queste situazioni purtroppo reversibili, rallentano per ora i contagi.

Nel calo della letalità giocano un ruolo i fattori strutturali: una migliore capacità diagnostica-terapeutica; un piccolo calo dell’età media in alcune province. Inoltre, un più preciso rilevamento dei contagiati individua più asintomatici, che fanno sembrare il virus più buono. Ma sono soprattutto fattori temporanei o reversibili a limitare la letalità. Il primo è il basso numero di casi: che consente di curare i malati in tempo, prima che si aggravino. La minore carica virale media degli infetti dipende dalle condizioni climatiche e dalla minore circolazione del virus. Inoltre, in estate l’età mediana dei contagi scende (da 61 a 32 negli ultimi 45 giorni): ma se i giovani sopravvivono meglio, il Covid lascia spesso danni permanenti.

In conclusione: la diffusione di varianti meno letali del Covid è per ora assai dubbia e limitata. La minore letalità e contagiosità del Covid in Italia si spiega in gran parte con il prevalere di situazioni ambientali temporanee. La riapertura delle scuole e l’autunno porteranno verosimilmente a un tendenziale peggioramento della situazione sanitaria. È peraltro illusorio pensare di “riaprire le scuole” se non si è in grado di farlo in sicurezza: al primo caso di Covid i professori resteranno a casa e i genitori ritireranno i figli. Quanto all’economia, finché permarrà l’incertezza le famiglie limiteranno i consumi.

Ma ecco il punto. Fra il partito del lock-down, e il partito del “riaprire tutto”, c’è una terza via meno rozza e più efficace. Per comprenderla, consideriamo le mascherine, il distanziamento sociale, la chiusura dei teatri, il divieto di svariate attività, i posti limitati sui mezzi pubblici, il lockdown generale…: sono provvedimenti che limitano tutti. C’è un motivo: il virus viene diffuso da pre-sintomatici che non riusciamo a individuare! Da qui i distanziamenti generalizzati. Ma se le persone infette si colorassero di blu, noi potremmo isolarle in modo mirato, lasciando agli altri piena libertà. In realtà – attenzione – non è necessario individuare/isolare tutti gli infetti, basta una quota, sufficiente per portare i nuovi casi su un trend discendente. Come? Aumentando il numero di test (tamponi, anche imperfetti) agli asintomatici, fornendo l’esito in tempi brevi, isolando immediatamente i positivi, cercando i loro contatti recenti.

La strategia “test, trace, isolate, support” è stata già proposta in aprile in Italia. Allora, l’alta circolazione virale suggeriva un obiettivo di 2 milioni di test al giorno. Ora questa stessa strategia viene proposta da Crisanti (obiettivo: 300.000 test/g) e Galli (400.000 test/g), quando il costo dei test è sceso (a non più di 5$). In previsione dell’autunno credo bisogna puntare a almeno 500.000 test al giorno (400.000 più di adesso).

Il costo annuale sarebbe non più di: 400.000*4,7eu*365, + 350 milioni per mantenere una rete adeguata di contact tracing, a cui si aggiungano 250 milioni una tantum per organizzare i nuovi laboratori e formare gli analisti: totale 1.286.200.000, circa 1,3 miliardi. Se pensiamo che l’economia ha perso finora oltre 120 miliardi, sembra decisamente un buon investimento: la sicurezza sanitaria rilancerebbe i consumi. E nelle scuole lo screening di massa pare più efficace che imporre mascherine e distanze ai bambini.

Il governo non ha ascoltato questa proposta in aprile. Ora finalmente Crisanti ha trovato udienza presso il viceministro Sileri. È importante che l’opinione pubblica smetta di dividersi fra “rigoristi” e “liberisti”, ma invece si faccia sentire affinché il Piano Crisanti venga adottato il più celermente possibile. L’Italia non può permettersi nuove crisi sanitaria, nuovi lockdown, e lo stillicidio che si profila.

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Mes, prendiamo quei ‘pochi spiccioli’ e poi parliamo dei veri problemi dell’economia italiana

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In America dicono: ‘A Smith & Wesson beats four aces‘. Da noi c’è meno schiettezza: per mangiarsi l’agnello il lupo di Fedro avanzava “falsi pretesti”… smascherato, comunque se lo mangiò! Questa saggezza popolare purtroppo non sfiora gli strenui oppositori del Mes.

Il Mes, come sapete, è un fondo europeo che vorrebbe prestarci dei soldi da investire (una tantum) nella Sanità. Il meccanismo finanziario? Nel 2014 l’Italia ha raccolto 14,3 miliardi sui mercati per darli al Mes, emettendo BTP, su cui paghiamo ogni anno 360 milioni di interessi (2,3 Mld in 6 anni), senza aver nulla in cambio. Se adesso, supponiamo, l’Italia ricevesse dal Mes un prestito “a basso interesse” pari a quanto ha versato (14,3 Mld), pagherebbe all’Europa un altro 0,4% (57 milioni l’anno) che – sommati agli interessi che già paga sui BTP – porterebbe il costo degli interessi a 429 milioni l’anno. Confrontiamo questa situazione con l’ipotesi in cui il Mes non fosse mai nato: oggi potremmo raccogliere 14,3 Mld. sui mercati spendendo solo 206 milioni l’anno di interessi. Il Mes pare una di quelle trovate degli “europeisti” la cui funzione storica è alimentare il sovranismo.

Ciò detto, ormai il Mes esiste, i BTP del 2014 sono stati emessi, e i 360 milioni l’anno dobbiamo pagarli. Ma almeno, finanziando 14,3 Mld del nostro deficit 2020 con “i soldi del Mes” invece che con nuovi BTP, pagheremmo (altri) interessi annui per 57 milioni invece che 206 (risparmio: 150 milioni l’anno). Addirittura, se “tirassimo” dal Mes tutto il consentito (36 Mld), il risparmio sarebbe di 400 milioni l’anno: appena lo 0,7% della nostra spesa per interessi, che vale 60 Mld. Meglio di niente? “Sì – rispondono i ‘No-Mes’ -, se non ci fossero condizioni legate ai prestiti, che darebbero il diritto all’Europa di imporre nei prossimi anni austerità e neoliberismo”.

Il rischio paventato dai “No-Mes” è la “grecizzazione” dell’Italia. I leader europei giurano che mai useranno il Mes come pretesto per imporre all’Italia politiche restrittive. Ma sul piano giuridico non hanno affatto modificato i regolamenti del Mes che prevedono la condizionalità. Ecco il commento del giurista Marco Dani. “Sul Mes tocca ricominciare a cavillare. Nell’audizione di ieri il Commissario europeo Gentiloni… ha dichiarato che […] il regolamento del 2013 sarebbe stato emendato nel giugno scorso e che l’emendamento sarebbe stato approvato dal Parlamento europeo. L’affermazione è in parte fuorviante ed in parte falsa: a) di regolamenti del 2013 rilevanti in materia ce ne sono 3. Nessun emendamento al regolamento n. 472/2013 è mai stato approvato ed è in questo che si trovano le norme che prevedono sorveglianza rafforzata e, potenzialmente, misure di aggiustamento strutturale; b) il 19 giugno scorso […] è stata effettivamente approvata una modifica, ma al regolamento delegato 877/2013 […] in relazione ad un aspetto […] non oggetto di discussione, ovvero le modalità di rendicontazione dei fondi MES; c) la modifica approvata non è passata al vaglio del Parlamento europeo […] perché trattasi di regolamento delegato e […] l’art. 10(3) del reg. 473/2013 non prevede poteri di controllo in capo al Parlamento europeo“.

Insomma, in Europa stanno facendo i furbi. Sembra dunque che i “No-Mes” abbiano ragione. Ed invece… sfugge loro che il finanziamento del Mes vale al massimo l’1,4% del debito pubblico italiano. Sul restante 98,6% del debito restiamo comunque, in quanto debitori, alla mercé dei “partners europei”: controllano la Bce, che controlla gli spread, la stabilità finanziaria, e l’intera economia italiana. Quest’anno, con l’avvento della pandemia, hanno fatto calare gli spread (nonostante l’impennarsi dei deficit che, come si vede, al confronto con le decisioni politiche, valgono come il due di coppe). Ma, ben presto, intendono tornare “alla normalità”. In Germania c’è già da mesi un dibattito – sotto traccia, ma comunque non meno drammatico per noi – su come affrontare nel 2022 una volta per tutte il debito pubblico italiano, giudicato insostenibile. Sarà una resa dei conti: e la Smith&Wesson ce l’hanno loro. Mes o non Mes. La “grecizzazione dell’Italia” è latente.

La verità è che il nostro debito pubblico è insostenibile solo nell’euro, e solo con le attuali regole. Ma la Germania e i suoi satelliti non vogliono un’uscita dell’Italia; né d’altra parte sono disposti a stravolgere l’impianto di Maastricht che affonda l’Italia. Quindi, se non ci muoviamo noi italiani, andiamo al disastro (“ristrutturazione”) come agnelli pasquali. La sorte del nostro Paese dipende dalla capacità di negoziare adesso, prima che sia troppo tardi, le vere questioni macroeconomiche: gli economisti dovrebbero pressare i partiti su di esse, invece di alimentare dibattiti ideologici poco rilevanti, nei quali i politici sguazzano.

Quanto al Mes, faccio outing, io quei “pochi spiccioli” (<400 milioni l’anno) li prenderei. Trovo sommamente stupido stare nell’euro, pagandone i costi, ma rinunciare ai pochi benefici. Gli atteggiamenti da dignità nazionale offesa privi di sostanza tengono alti gli spread, perciò i costi della nostra orgogliosa rinuncia al Mes sono più alti di quanto si creda. Capita a chi resta in mezzo al guado. Se non piacciono l’euro e la sua condizionalità, si abbia il coraggio di uscirne. Ciò detto, oggi come oggi utilizzerei i fondi Mes, ma non perderei tempo a discutere su una questione minore, distogliendo l’attenzione dai veri problemi. L’Italia sta vivendo in una bolla retorica nazional-popolare. E questo è molto pericoloso.

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Usa 2020, Trump tenta la carta del vittimismo ma i suoi veleni non fermeranno Joe Biden

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“Papà, se tu dici che questo è un quaderno e io dico che è un elefante, chi ha ragione?”. Il padre, un filosofo del linguaggio, lodò il figliolo di 5 anni, per la profondità della sua domanda (vero). Lo stesso problema ci viene posto da certi mentitori seriali particolarmente spudorati.

Ieri, mentre lo spoglio elettorale era ancora in corso, Donald Trump è andato in TV ad auto-proclamarsi vincitore; ha denunciato un tentativo di scippo delle elezioni da parte dei suoi avversari. “Per tutelare l’integrità [del processo democratico], per il bene della nazione” ha chiesto di “fermare” la conta dei voti negli Stati dove lui è in vantaggio e Joe Biden in rimonta (Wisconsin, Michigan); e che invece dove la situazione è opposta – Arizona – i voti fossero contati fino all’ultimo.

Il Presidente accusa i democratici di voler rubare le elezioni perché è ciò che lui intende fare. A tal fine confonde le acque rendendo più difficile distinguere i buoni dai cattivi: “Never argue with a fool: people might not know the difference”, dice un proverbio. Il vittimismo è la premessa, razionale ed emotiva, di comportamenti specularmente riprovevoli, ma giustificati dall’intento (pseudo) “difensivo”. Meglio di me lo disse Fedro. La spudoratezza degli argomenti è addirittura ricercata – Arizona sì, Michigan no – : diventa segno di riconoscimento, medaglia, parola d’ordine per le truppe e “chi ci sta”. E un ballon d’essai agli avversari, per saggiarne la capacità di risposta.

Trump ha infatti subito aggiunto: “Chiederemo l’intervento della Corte Suprema!”. Con ciò abilmente tutelandosi dalle possibili accuse di tradimento, attentato alla Costituzione, incitazione alla violenza, e altre illegalità. Ma il messaggio subliminale è chiaro e… inconfessabile. La tattica di lanciare il sasso e nascondere la mano – “Scherzava!?” – fu usata con successo da Mussolini nel 1921-23: scalò il potere grazie a un movimento paramilitare organizzato alla luce del sole; che, si credeva, fosse poco più che folklore. E forse lo era, se cinque carabinieri furono in grado di fermare 500 fascisti. Basta volerlo.

Mentre si attende di proclamare Biden vincitore, la borsa vola, non attribuendo al tentativo autoritario del Presidente alcuna possibilità di destabilizzare gli Stati Uniti. Non tanto per la solidità delle istituzioni, che Trump ha riempito di fedelissimi (o presunti tali); quanto per la ferma e tranquilla reazione innanzitutto dei media, che sta contagiando il Paese. Grazie alla credibilità: nessuno dubita che denuncerebbero il nuovo Presidente Joe Biden, se mentisse al popolo.

Ma se Trump è arrivato a tanto, qualche domanda i democratici dovranno farsela. Innanzitutto sulle istituzioni, che producono leader poco rappresentativi (Trump ha preso 4 milioni di voti in meno, ma c’è mancato poco che vincesse: il Midwest è sovra-rappresentato, nel collegio elettorale, e al Senato; la rappresentanza è sempre più distorta dalla finanza; la elezione “a vita”, politicizzata, dei membri della Corte Suprema è un problema; ecc.). In secondo luogo, la (linea) politica. Su economia, aborto (questione che pesa tanto ad es. in Florida), diseguaglianze di opportunità, i leader democratici sono incapaci di mettersi in discussione; ma non perdono la insopportabile supponenza radical chic del ‘politically correct’.

La democrazia ha bisogno di manutenzione (non di autoritarismo), non solo in America. I democratici devono ascoltare e servire il popolo. Speriamo che se ne ricordino. Auguri al nuovo Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

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Usa 2020, how the American democracy defeated its president

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[ITALIAN VERSION]

There are of course still ballots to count, but the 2020 presidential election seem to stand out in the number of states in which there were close races. At the time of writing, Wisconsin sits at a margin of 0.6 percentage points, Georgia at a razor-tight 0.1, Pennsylvania at 0.6 and Arizona at 0.4. 2016 was similarly tight. As Dan Hopkins, a US political analyst, put it: “In a country with more than 150 million people voting, both elections seem to have come down to tens of thousands of votes across a few key states.”

Both elections also went very differently from what pollsters expected. But according to Charles Franklin, who directs the Marquette Law School Poll, the error this year seemed to be more broad. “Rather than having that error focused in just a handful of states, this year really it looks like it was quite widespread,” he said. “I can’t find any state where the polling error was in Trump’s favor.”

On the eve of the election day, the polls largely indicated a Democratic sweep in Congress, with former Vice President Joe Biden up an average of 8 percentage points ahead of President Donald Trump in national polls, according to Nate Silver. Polls indicated Biden could win Wisconsin at 6.7 percentage points ahead of Trump, and Florida by a full percentage point, according to a RealClearPolitics average. Instead, Trump won the sunshine state by more than three percentage points, according to NBC News projections.

While it’s too early to fully assess what went wrong with the polls this year, especially with many votes still outstanding, one possible, stunning conclusion is that pollsters’ polling error, correlated from state to state, may have determined the fate of the Presidential election itself, albeit in a rather unpredictable way.

Early voting (especially voting by mail) has been shown to have a non trivial, positive impact on turnout (for example: Kaplan 2020; Kaplan & Yuan, 2020; Projectvote 2015). President Trump, by discouraging his supporters from voting early, may have lowered their own turnout. Why did Trump use such a self defeating strategy? It seems that, hearing all the negative polls, he lost faith in his reelection prospects. So he decided to try and steal the election. He then concentrated “his” votes on the election day. And he is now attempting to suppress the early votes (largely in Biden’s favour) through legal maneuvering. But this is a truly desperate attempt, and is bound to fail.

Had Mr. Trump remained loyal to the American democracy, notwithstanding the pessimism that surrounded him before the election, he might have won his second mandate. Instead, democracy – under attack – reasserted itself with a vengeance.

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Usa 2020, come la democrazia americana ha sconfitto il suo presidente

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[ENGLISH VERSION]

Lo scrutinio dei voti non è ancora finito. Ma è ormai chiaro che nelle elezioni presidenziali americane in molti Stati si è verificato un serrato testa a testa. Attualmente il vantaggio di Joe Biden risulta essere in Wisconsin 0,6 punti percentuali, in Georgia 0,1, in Pennsylvania 0,6, in Arizona 0,4. Anche quattro anni fa le elezioni furono molto combattute. Ha scritto Dan Hopkins, un analista politico americano: “In un Paese con oltre 150 milioni di elettori, entrambe le elezioni sembrano essere state decise da poche decine di migliaia di voti in una manciata di Stati chiave”.

Ma questa non è l’unica similitudine tra il 2016 e il 2020. Un’altra è la netta divergenza fra sondaggi e risultati reali. Addirittura – secondo Charles Franklin, direttore della Marquette Law School Poll – la divergenza questa volta sarebbe ancora più grave: “Invece di essere limitato a qualche Stato, quest’anno l’errore dei sondaggi sembra sia stato diffuso”, ha detto. “E non trovo Stati nei quali l’errore dei sondaggi sia stato a favore di Trump”.

Secondo l’analista Nate Silver, il giorno prima delle elezioni i sondaggi prevedevano una netta vittoria dei democratici al Congresso, e un vantaggio di Biden di ben 8 punti percentuali nel voto popolare nazionale. Secondo le medie calcolate da RealClearPolitics, Biden era dato in vantaggio di 6,7 punti percentuali in Wisconsin, e di quasi un punto in Florida, dove – secondo le ultime proiezioni della NBC – Donald Trump ha vinto con 3,4 punti di vantaggio.

È ancora presto per analizzare i motivi che hanno indotto i sondaggisti a sottovalutare ancora una volta, in modo così netto, la forza elettorale di Trump. Ma è già possibile affermare che l’errore sistematico dei sondaggi, auto-correlato da uno Stato all’altro, può aver provocato la sconfitta di Trump. In modo davvero imprevedibile.

La letteratura empirica ha più volte dimostrato che il voto anticipato (specialmente quello postale) aumenta, non poco, la partecipazione al voto (per esempio: Kaplan 2020; Kaplan & Yuan, 2020; Projectvote 2015). Il Presidente Trump, tuttavia, ha fatto il possibile per scoraggiare i suoi elettori dal votare anticipatamente: in tal modo ha probabilmente limitato senza volerlo la loro partecipazione al voto.

Perché Trump avrebbe adottato questa strategia? È probabile che, di fronte a sondaggi tanto negativi, il Presidente, sottovalutando le sue possibilità di vittoria, abbia deciso di provare a “rubare” l’elezione. A tale scopo, avrebbe concentrato il voto dei suoi elettori il 3 novembre, nel giorno delle elezioni, con l’idea di tentare poi di annullare, tramite manovre legali, il voto anticipato (andato quasi tutto a Biden). Ma si tratta di un tentativo disperato, probabilmente destinato al fallimento.

Se fosse stato rispettoso della democrazia americana, nonostante il pessimismo dei sondaggi, Trump sarebbe stato probabilmente rieletto. Invece, la democrazia – attaccata dal Presidente – ha prevalso, e si è vendicata.

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Coronavirus, in Italia manca la cultura del merito: così la politica si mostra inadeguata

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Nel suo ultimo post, Roberto De Vogli si domanda chi sono i “competenti” in grado di parlare autorevolmente della crisi sanitaria. Il tema è cruciale: “ascoltare gli scienziati… significa non solo salvare migliaia di vite umane, ma anche l’economia”. Purtroppo, dopo undici mesi di pandemia, il nostro sistema politico-mediatico ancora non distingue i medici (virologi, immunologi, clinici), che curano i malati, dagli epidemiologi (matematici, statistici, scienziati sociali), che studiano il diffondersi dell’epidemia. Con qualche eccezione (Report, PiazzaPulita), i talk show continuano a fare domande sbagliate a esperti sbagliati. Nella fatale confusione che ne deriva la classe politica cela la sua inadeguatezza.

Il primo equivoco è l’equazione “camici bianchi = esperti”. Esperti di cosa? I medici studiano l’effetto del virus sul corpo umano, non i fattori che ne facilitano la propagazione. Ma il Ministro Roberto Speranza ha riempito il Comitato Tecnico Scientifico di clinici: Locatelli (pediatra ematologo), Bernabei (geriatra), ecc. E i talk show chiedono lumi – non sul virus, sulla pandemia! – a Bassetti, Zangrillo, Gismondi… che non saprebbero maneggiare un modello epidemiologico neanche con l’aiuto di Manitù.

Ciò detto, credo che abbia l’autorevolezza per parlare di pandemia una platea più vasta dei soli “esperti in salute globale” (epidemiologi) invocati da De Vogli. Tanto per cominciare, un semplice criterio meritocratico suggerirebbe di emarginare chi finora le ha sbagliate tutte, e di valorizzare chi le ha azzeccate tutte. È un criterio fattuale, diretto. Non sembra difficile da applicare. Ma a giudicare da quel che succede alla Regione Calabria, a “Otto e Mezzo”, o a “L’aria che tira”, la meritocrazia non abita qui.

Quanto ai cv (indicatore indiretto), molti economisti, ricercatori, scienziati hanno competenze matematiche, statistiche, sociali tali per cui – se studiano il problema – possono intervenire utilmente nel dibattito. Ma la conoscenza migliore nasce dalle catene del “sapere condiviso”.

Idealmente: 1. medici/biologi → 2. epidemiologi → 3. economisti → 4. politici, dove gli esperti a sinistra producono output che sono input per quelli a destra. Gli epidemiologi (2) inseriscono nei loro modelli le caratteristiche del virus rilevate da (1) medici e biologi (per esempio, la trasmissione asintomatica del Covid-19), assieme ad altri parametri: età e densità della popolazione, comportamenti sociali, efficacia delle reti territoriali di medicina preventiva, inquinamento atmosferico, clima, mobilità, modalità del trasporto pubblico, ecc. Stimano la forza dei vari canali di contagio, e i diversi scenari epidemici al variare delle politiche.

Ma i modelli tratti dai manuali di epidemiologia sono spesso poco realistici; né stimano i costi delle diverse politiche. Gli economisti (3) perciò li adattano un po’ (alla realtà), usano gli output come input nei modelli macroeconomici, e selezionano, a parità di impatto sanitario, le strategie meno costose. Le segnalano infine ai politici (4) per le scelte finali (che includono altre valutazioni).

Cosa c’è dietro la freccetta che va dagli “economisti” (scienziati sociali) ai “politici”? Come avviene la trasmissione del sapere dalla società (università, centri studio, riviste, media) alla politica? Qualche settimana fa, pranzando con il senatore Alberto Bagnai, egli mi ha confessato di non trovare il tempo “neppure per incontrare i parlamentari leghisti”, dovendo saltare da una commissione o evento all’altro: figuriamoci se la politica ha il tempo di studiare.

Quanto al governo, la gente vive nell’illusione che un Ministro non dev’essere competente, tanto nei ministeri “ci sono i tecnici” che supportano le scelte. In realtà in Italia questo supporto è debolissimo.

Primo: i “tecnici governativi” sono in realtà spesso dirigenti con competenze medie, senza formazione post-laurea di alto livello, la sola in grado di fare la differenza. Le assunzioni, se non avvengono per raccomandazione, riguardano quasi sempre dei giuristi: attenti alla forma, ma poco incisivi nel merito. Le carriere hanno logiche simili. E così arriva il Piano Pandemico obsoleto, solo sulla carta, che costringe l’Italia a improvvisare sul Covid.

In secondo luogo, i “competenti” sono specializzati: perciò è impensabile che due, tre tecnici (salvo il Mef) di alto livello possano “coprire” la varietà di problematiche che un ministero deve affrontare.

In terzo luogo, fossero anche in venti o trenta, non potrebbero comunque da soli inventare soluzioni adeguate alle conoscenze e alla complessità dell’era moderna. Ma venti esperti, insieme, possono individuare e veicolare al governo le migliori soluzioni elaborate nel mondo. Nei nuclei tecnici della Pa, l’assegnazione dei ruoli in base alle competenze è fluida; e l’interazione fra esperti ne moltiplica l’efficacia. Inoltre, il “livello politico”, per recepire idee di qualità, ha bisogno che esse vengano semplificate, abbreviate, presentate, discusse, emendate più volte, nei luoghi, modi, e tempi “giusti”, integrate da indicazioni su costi, benefici, e possibili alternative. Cose che organismi estemporanei – del genere task-force Colao – non sono in grado di fare.

L’Italia è storicamente incapace di darsi un buon governo: diventa chiaro nei momenti difficili. Andiamo in guerra sempre impreparati, costringendo chi è in prima linea all’eroismo. Il problema è riconducibile all’incapacità (mancanza di volontà) del sistema politico di creare una Pa capace di (pagata per) “pensare” e progettare soluzioni di qualità. Il Covid aggrava i costi della scarsa cultura meritocratica. I “tuttologi” (in senso buono: politici, giornalisti) sono spesso incapaci di svolgere il loro compito più importante: selezionare gli esperti giusti, strutturarne il contributo in modo che sia valorizzato, ed avvalersene.

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